Pensiero serale 03-08-2025

Un’esperienza molto comune e al tempo stesso drammatica specialmente in questi tempi è l’abbondanza della comunicazione e l’enorme difficoltà che le persone incontrano per comunicare in modo davvero positivo, costruttivo, sereno ed efficace. Penso alla difficoltà a comunicare tra amici, tra fidanzati, tra coniugi, specialmente tra genitori e figli; spesso anche all’interno di una comunità parrocchiale…Mercoledì scorso il Santo Padre ha trattato questo argomento, prendendo spunto da un miracolo di Gesù. Non credo che sia facile interpretare correttamente i miracoli di Gesù. Possiamo quasi pensare che esprimano un’ingiustizia: “Alcuni Gesù li ha guariti, ma tanti altri restano malati”. Oppure possiamo pensare che questi miracoli non ci riguardano perché magari godiamo buona salute. Dal momento che l’uomo è anima e corpo, ogni miracolo fisico ha sempre anche una dimensione spirituale (pensiamo anche ai miracoli di Lourdes). Occorre leggere più in profondità l’operato di Gesù. Il discorso che papa Leone ci ha donato mercoledì scorso fa proprio questo. Ci aiuta a capire perché e come un sordomuto guarito da Gesù interpella in profondità ognuno di noi. Basti pensare anche solo al rito del Battesimo (spero che lo teniate presente).Comunque il brano del Vangelo commentato dal Papa è Mc 7,31-37. È molto importante che ognuno lo mediti prima di leggere il testo del Santo Padre. Ecco ora le parole del Papa:«Anche questo tempo che stiamo vivendo ha bisogno di guarigione. Il nostro mondo è attraversato da un clima di violenza e di odio che mortifica la dignità umana. Viviamo in una società che si sta ammalando a causa di una “bulimia” delle connessioni dei social media: siamo iperconnessi, bombardati da immagini, talvolta anche false o distorte. Siamo travolti da molteplici messaggi che suscitano in noi una tempesta di emozioni contraddittorie.In questo scenario è possibile che nasca in noi il desiderio di spegnere tutto. Possiamo arrivare a preferire di non sentire più niente. Anche le nostre parole rischiano di essere fraintese e possiamo essere tentati di chiuderci nel silenzio, in una incomunicabilità dove, per quanto vicini, non riusciamo più a dirci le cose più semplici e profonde.A questo proposito vorrei fermarmi oggi su un testo del Vangelo di Marco che ci presenta un uomo che non parla e non sente (cfr Mc 7,31-37). Proprio come potrebbe accadere a noi oggi, quest’uomo forse ha deciso di non parlare più perché non si è sentito capito, e di spegnere ogni voce perché è rimasto deluso e ferito da ciò che ha ascoltato. In effetti, non è lui che va da Gesù per essere guarito, ma viene portato da altre persone. Si potrebbe pensare che coloro che lo conducono dal Maestro siano quelli che sono preoccupati del suo isolamento. La comunità cristiana ha visto però in queste persone anche l’immagine della Chiesa, che accompagna ogni uomo da Gesù affinché ascolti la sua parola. L’episodio avviene in un territorio pagano, quindi siamo in un contesto dove altre voci tendono a coprire la voce di Dio.Il comportamento di Gesù può apparire inizialmente strano, perché prende con sé questa persona e la porta in disparte (v. 33a). Sembra così accentuare il suo isolamento, ma a ben guardare ci aiuta a capire cosa si nasconde dietro il silenzio e la chiusura di quest’uomo, come se avesse colto il suo bisogno di intimità e di vicinanza.Gesù gli offre prima di tutto una prossimità silenziosa, attraverso gesti che parlano di un incontro profondo: tocca le orecchie e la lingua di quest’uomo (cfr v. 33b). Gesù non usa molte parole, dice l’unica cosa che gli serve in questo momento: “Apriti!” (v. 34). Marco riporta la parola in aramaico, effatà, quasi per farcene sentire come “dal vivo” il suono e il soffio. Questa parola, semplice e bellissima, contiene l’invito che Gesù rivolge a quest’uomo che ha smesso di ascoltare e di parlare. È come se Gesù gli dicesse: “Apriti a questo mondo che ti spaventa! Apriti alle relazioni che ti hanno deluso! Apriti alla vita che hai rinunciato ad affrontare!”. Chiudersi, infatti, non è mai una soluzione.Dopo l’incontro con Gesù, quella persona non solo torna a parlare, ma lo fa “correttamente” (v. 35). Questo avverbio inserito dall’evangelista sembra volerci dire qualcosa in più sui motivi del suo silenzio. Forse quest’uomo ha smesso di parlare perché gli sembrava di dire le cose in modo sbagliato, forse non si sentiva adeguato. Tutti noi facciamo esperienza di essere fraintesi e di non sentirci capiti. Tutti noi abbiamo bisogno di chiedere al Signore di guarire il nostro modo di comunicare, non solo per essere più efficaci, ma anche per evitare di fare male agli altri con le nostre parole.Tornare a parlare correttamente è l’inizio di un cammino, non è ancora il punto di arrivo. Gesù infatti proibisce a quell’uomo di raccontare ciò che gli è successo (cfr v. 36). Per conoscere veramente Gesù occorre compiere un cammino, bisogna stare con Lui e attraversare anche la sua Passione. Quando lo avremo visto umiliato e sofferente, quando sperimenteremo la potenza salvifica della sua Croce, allora potremo dire di averlo conosciuto veramente. Per diventare discepoli di Gesù non ci sono scorciatoie.Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore di poter imparare a comunicare in modo onesto e prudente. Preghiamo per tutti coloro che sono stati feriti dalle parole degli altri. Preghiamo per la Chiesa, perché non venga mai meno al suo compito di portare le persone a Gesù, affinché possano ascoltare la sua Parola, esserne guarite e farsi portatrici a loro volta del suo annuncio di salvezza» (LEONE XIV, Udienza generale, 30-7-2025).Sono numerosi i punti su cui vi invito a soffermarvi. Per esempio, ci sono ferite che mi hanno portato a chiudermi? Forse sono io che ferisco gli altri perché sono poco prudente nel parlare (vi ricordo il terzo capitolo della Lettera di Giacomo)? Le parole del Papa devono aiutarci a vivere bene le relazioni. Così ci colleghiamo al Vangelo della s. Messa di oggi (Lc 12,13-21). Mi colpisce sempre molto che il protagonista di questa parabola non si relaziona con nessuno.Infine, potremmo esaminarci su un ultimo aspetto: a che punto sto nel mio cammino per sentirmi veramente Chiesa, membro attivo del Popolo di Dio (e non solo una persona che magari usufruisce di sacramenti, celebrazioni, omelie e certificati…)? Sono consapevole dell’altissimo compito che Gesù mi affida di portargli le persone, perché possano ascoltare la sua Parola ed essere guarite?