Pensiero serale 03-09-2025

Anche stasera vi consiglio di meditare anzitutto le letture della s. Messa di oggi (Col 1,1-8; Lc 4,38-44) e poi di soffermarvi sul commento di padre Vanhoye. Egli si sofferma quasi solo sulla pagina del Vangelo.

«Lunedì scorso abbiamo visto come Gesù a Nazareth abbia respinto la tendenza possessiva dei suoi compaesani e li abbia invitati a non considerarsi destinatari privilegiati del suo ministero e dei suoi miracoli. Chi vuole impossessarsi di Gesù egoisticamente, per proprio profitto e interesse, non lo riceve affatto, perché l’unione con lui è possibile soltanto nell’amore generoso, nell’apertura del cuore Il Vangelo di oggi conferma questo orientamento e ci dà lo stesso insegnamento. Gesù si trova a Cafarnao, dove si è recato dopo la sua visita a Nazaret. Dopo aver insegnato con autorità nella sinagoga, va nella casa di Simon Pietro. L’evangelista riferisce che “la suocera di Simon Pietro era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei”, con grande fiducia nell’efficacia della sua intercessione. Gesù allora “si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò”. La conseguenza di questo miracolo è che, quando se ne sparge la voce, “tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui”. Gesù, con una bontà straordinaria, si prende cura di ciascuno di loro. Luca riferisce: “Imponendo su ciascuno le mani, li guariva”. Questa attenzione di Gesù per ciascuno dei malati è significativa. Egli in seguito dirà: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14). Il buon pastore “chiama le sue pecore, ciascuna per nome” (v. 3), le conosce una per una. Prendersi cura singolarmente di ogni persona certamente è una grande fatica, ma Gesù la sostiene con generosità.

Così si comprende facilmente che quando, il giorno seguente, va in un luogo deserto, “le folle lo cercano, lo raggiungono e tentano di trattenerlo perché non se ne vada via”. Gesù ha suscitato la riconoscenza, la stima e l’ammirazione dei cittadini di Cafarnao; il suo ministero ha ottenuto pieno successo. A questo punto, la sua reazione naturale dovrebbe essere quella di approfittare di tale successo, acconsentendo al desiderio della gente. Ma la reazione di Gesù è diversa: egli non accetta di fermarsi a Cafarnao, e dichiara: “È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città”. Con queste parole Gesù corre il rischio di deludere la gente, ma è consapevole di dover compiere una missione più estesa: egli non è venuto per aspirare al proprio successo, ma per fare la volontà del Padre, che l’ha mandato in cerca delle pecore perdute, dovunque esse si trovino.

Con questo atteggiamento dinamico Gesù rivela al mondo la generosità di Dio: il suo amore è sconfinato, non ha limiti, cerca di salvare tutti; va incontro anche ai nemici, per proporre la riconciliazione e la pace.

Qui possiamo notare anche una differenza tra il ministero di Gesù e quello di Giovanni Battista. La vocazione del Battista, infatti, non è di andare in cerca delle persone: egli non si mette a predicare in una città, ma in un luogo deserto; non va verso la gente, ma è la gente che va da lui. Gesù, invece, si muove, va ad annunciare il regno di Dio là dove si trova la gente. Luca dice: “Gesù andava predicando nelle sinagoghe della Giudea”; e Matteo: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità” (Mt 9,35).

In questo modo Gesù inaugura “la missione”; egli è il primo missionario. E dopo la sua risurrezione, estende questa missione a tutto il mondo; agli Undici dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19); “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). Poi Gesù risorto appare a Paolo sulla via di Damasco per fare di lui “l’apostolo delle genti” (Rm 11,13; cfr. At 9,15; 22,15; 26,17-18). E nella prima lettura di oggi vediamo come Paolo si rallegri per la diffusione del Vangelo, che “in tutto il mondo porta frutto e si sviluppa”.

Il dinamismo straordinario della missione cristiana proviene da un’esigenza dell’amore. Gesù ci ha rivelato, a parole e ancor più con i fatti, che il vero amore è universale. Se vogliamo essere uniti a lui nell’amore, dobbiamo aprire sempre più il nostro cuore a tutti gli uomini» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume III – Tempo ordinario/2, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 106-108).

È bene che ognuno si soffermi su ciò che lo colpisce di più e soprattutto ne tragga spunto per impegni concreti di vita. Non dimentichiamo che il cristianesimo non è solo pensare, pregare, meditare; ma tutto questo poi deve diventare azione concreta. È questo che auguro a ciascuno di voi, sempre a partire dall’esperienza di essere amati personalmente da Gesù. Davvero Egli ci segue e ci illumina uno per uno.