Voglio collegarmi ancora al Vangelo di questa domenica (Lc 14,25-33). Certamente Gesù ci vuole felici, non può chiederci di non amare i familiari, né desidera che, per esempio, un industriale chiuda la fabbrica, venda tutto e faccia perdere il lavoro ai suoi operai (mi limito a segnalare Adriano Olivetti, suo padre era ebreo e sua madre valdese. Mi ha colpito molto “La forza di un sogno”, la fiction a lui dedicata nel 2013. Lo colleghiamo alla macchina per scrivere, ma fece molto di più). Ogni parola di Gesù va intesa unicamente alla luce di tanto studio, di tanta umiltà, della sapienza e del “santo spirito” (di cui parlano la Prima Lettura e il salmo responsoriale, che vi invito a meditare lungamente, in particolare Sap 9,17 e Sal 90,12). La stessa Seconda Lettura (Lettera a Filemone) evidenzia il grande affetto che san Paolo ha sia verso Onesimo sia verso Filemone.
La rinuncia ai beni materiali va intesa unicamente alla luce della beatitudine dei “poveri in spirito” (Mt 5,3). Certamente la povertà che Gesù chiede a un padre di famiglia è ben diversa dalla povertà che deve testimoniare un frate, una suora e così via. Il punto più importante è un altro: ogni rinuncia va letta sempre al positivo. Perciò spero che abbiate la possibilità di porre al centro della vostra riflessione e della vostra vita le brevissime e stupende parabole narrate in Mt 13,44-46. Essere poveri significa imitare la Vergine Maria, cioè la sua umiltà, la sua purezza, la sua totale fiducia in Dio, la sua perfetta obbedienza.
Ci aiutano molto alcune frasi bellissime pronunciate dal Papa stamattina in occasione della canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis: «Gesù […] ci chiama […] a buttarci senza esitazioni nell’avventura che Lui ci propone, con l’intelligenza e la forza che vengono dal suo Spirito e che possiamo accogliere nella misura in cui ci spogliamo di noi stessi, delle cose e delle idee a cui siamo attaccati, per metterci in ascolto della sua parola».
Davvero il Papa in pochissime parole… ha detto tutto.