Come e con più forza del solito vi esorto anzitutto a meditare a lungo le letture della s. Messa di oggi (Dt 4,32-40; Mt 16,24-28) e solo successivamente di accostarvi al commento di padre Vanhoye. Voglio precisare subito che tale commento va letto e approfondito per un tempo adeguato, perché tratta un argomento estremamente importante (anzi, lo ritengo addirittura decisivo). Sarebbe triste trattare tutto questo in modo sbrigativo e superficiale. In estrema sintesi, i due temi trattati sono l’amore e la felicità: che rapporto c’è tra queste due realtà così importanti e che possono essere interpretate in tanti modi? Ecco il commento di padre Vanhoye. La mia riflessione ve la porgerò domani… perché è quasi più lunga delle riflessioni del teologo gesuita.«L’Antico Testamento ha rivelato al popolo eletto l’amore personale di Dio e ha indicato il mezzo per rimanere in tale amore, come ci mostra la prima lettura.Mosè insiste sul fatto che Dio è entrato in un rapporto personale, vivo e profondo con Israele. Egli è andato a “scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie”. Gli Israeliti allora sono invitati a ricordare le piaghe d’Egitto, con le quali il Signore ha costretto il faraone a lasciar partire il popolo ebreo; sono invitati a ricordare la vittoria che Dio ha fatto loro ottenere sui soldati e sui carri egiziani che li inseguivano e che furono annegati nel mare.Dio ha anche parlato personalmente al suo popolo, e Mosè qui ricorda l’episodio del Sinai: “Dal cielo [il Signore] ti ha fatto udire la sua voce per educarti; sulla terra ti ha mostrato il suo grande fuoco e tu hai udito le sue parole che venivano dal fuoco”.Tutto questo è segno dell’amore di Dio, “perché – continua Mosè – il Signore ha amato i tuoi padri”. E in un altro passo del Deuteronomio, egli precisa: “Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama […], vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto” (Dt 7,7-8).Che cosa deve fare Israele per rimanere in questo rapporto personale con Dio? Deve rinunciare ai propri capricci, ascoltare la voce di Dio e conformarsi alle istruzioni divine, che indicano la via giusta da seguire. Non è possibile rimanere nell’amore senza rinunciare all’egoismo; non è possibile mantenersi in una relazione autentica con la persona amata, se non si cerca di corrispondere ai suoi desideri. Perciò Mosè insiste con forza sull’osservanza delle istruzioni che Dio ha dato. Tanto più che esse sono espressione del suo amore. E, per bocca di Mosè, il Signore dichiara che chi le osserva trova la vera felicità: “Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu, e i tuoi figli dopo di te”.Con la venuta di Gesù, 1’aspetto personale della nostra relazione con Dio è diventato ancora più evidente, più forte e più intimo. Invece del tuono del Sinai, che faceva udire la voce di Dio, ora abbiamo un contatto personale con il Figlio di Dio, diventato uomo come noi, nostro fratello. L’amore di Gesù per noi si è manifestato in modo ancora più generoso di quello rivelato da Dio per il suo popolo nell’Antico Testamento: non soltanto con segni e prodigi, ma con il suo sacrificio, pagando di persona, fino a soffrire e a morire per noi.Che cosa dobbiamo fare allora per corrispondere a questo amore? Gesù ce lo dice chiaramente: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.Dobbiamo rinunciare radicalmente al nostro egoismo, non mettere più al centro dei nostri interessi il nostro io; anzi, dobbiamo accettare di perdere la nostra vita a causa di Gesù. Se vogliamo salvare la nostra vita, la perderemo; se la perdiamo per lui, la troveremo.Con questo paradosso Gesù ci dà una rivelazione decisiva per il giusto orientamento della nostra vita. Noi sentiamo, nel nostro intimo, due forti tendenze: il desiderio della felicità e l`aspirazione all’amore. Dio infatti ci ha creati per la felicità e per l’amore. Ma c’è una certa incompatibilità fra queste due tendenze, almeno sotto l’aspetto temporale. Chi cerca immediatamente la propria felicità, vive nell’egoismo e si allontana dall’amore; mentre chi vuole vivere nell’amore, deve rinunciare a cercare direttamente la propria felicità. Molti rimangono in una situazione ambigua: dicono di voler amare, ma in realtà cercano in primo luogo la propria felicità. Quanti drammi familiari e sociali sono provocati da questo atteggiamento ambiguo!Gesù non ci lascia nell’illusione: ci dice chiaramente che, se vogliamo raggiungere la felicità, dobbiamo rinunciare a cercarla direttamente e dobbiamo tendere a questo unico fine, il progresso nell’amore, seguendo la via che egli stesso ha tracciato per noi.Chi vorrà salvare egoisticamente la propria vita, la perderà: ma chi perderà generosamente la propria vita per causa di Gesù, la troverà. Paolo dichiara: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21).Riflettiamo allora, e chiediamoci se nella nostra vita stiamo andando veramente nella direzione indicata da Gesù» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume III – Tempo ordinario/2, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 25-28).