Oggi (come, del resto, piuttosto spesso) vi chiedo un impegno notevole: anzitutto meditare bene le due letture della s. Messa di oggi (Es 3,13-20; Mt 11,28-30), poi esaminare molto attentamente il commento di padre Vanhoye. A me è parso più lungo e forse più difficile del solito, ma sono certo che chi deciderà di intraprendere questo cammino ne trarrà grande giovamento.«La prima lettura ci dà una rivelazione misteriosa di Dio, e gli esegeti discutono in continuazione sul significato dell’espressione ebraica “êiê ašêr êiê”. La si può tradurre “Io sono colui che sono”, o “Io sono chi sono”, ma anche in altri modi. Però è certo che Dio poi chiama se stesso “Io-Sono”, quando dice a Mosè: “Cosi dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Il nome di Dio è misterioso: “Io sono”. Dio non può rivelarsi all’uomo se non così, in prima persona. Questa è certamente la sua più profonda rivelazione. Egli non può essere nominato come un oggetto: è lui che deve rivelarsi nella nostra vita; è lui che fa sentire la sua presenza; è lui che manifesta il suo essere.L’espressione “Io-Sono” ci fa sentire Dio al tempo stesso molto lontano e molto vicino. Molto lontano, perché questa espressione è il contrario di ciò che noi possiamo dire di noi stessi. Noi non possiamo che constatare i nostri limiti, e dobbiamo sempre dire: “Io non sono” In ogni momento dobbiamo riconoscere di non essere all`altezza degli eventi, di non essere capaci di fare ciò che andrebbe fatto, di non essere fedeli, di non essere generosi. Invece. Dio può dire: “Io sono”, senza alcun limite. Egli, dunque, è molto diverso da noi.Ma nello stesso tempo egli è molto vicino a noi, perché, dicendo: “Io-sono”, intende dire: “Io sono qui. Io sono vicino a te. Io sono con te”. Infatti, in questo testo egli si rivela come “il Dio dei padri il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, come colui che vuole liberare il suo popolo, facendolo uscire dall’Egitto, dove è oppresso, e conducendolo verso un paese dove scorre latte e miele. La presenza di Dio è una presenza intima e benevola: noi possiamo contare su di lui. Questo “Io-sono” illimitato è nello stesso tempo un “Io sono con te”, come il Signore dice in altri testi. Questa misteriosa espressione “Io-Sono” viene ripresa da Gesù per rivelare in modo paradossale la sua divinità. Egli dice ai suoi avversari: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono” (Gv 8,28); “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati” (8,24). L’adesione alla rivelazione di Dio è indispensabile per uscire dai nostri peccati e dai nostri limiti umani. Gesù ripete ancora questa espressione “Io Sono” al momento del suo arresto. L`evangelista racconta: “Gesù […] si fece innanzi e disse loro: Chi cercate? Gli risposero: Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: Io sono”. Come avviene spesso nel quarto Vangelo, questa espressione di Gesù ha un significato concreto – “Gesù il Nazareno, la persona che voi cercate, sono io” – e nello stesso tempo un significato più profondo: “Io Sono, cioè, ho la stessa divinità del Padre”. Questa rivelazione di Gesù fa cadere a terra i soldati (cf. Gv 18,4-6). Gesù dunque si rivela come il Nome del Padre, e si rivela così, paradossalmente proprio nel momento in cui si spoglia della propria divinità per essere soltanto un uomo che soffre. Ma così egli manifesta in modo più significativo la presenza di Dio al centro dell’esistenza umana. Così egli dà anche un pieno significato al suo invito: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi farò riposare. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Perché il giogo di Gesù è dolce e il suo peso leggero? Perché Gesù, “Io Sono”, ha portato la presenza di Dio fino all’estremo della nostra miseria umana, morendo sulla croce per noi, prendendo su di sé tutte le nostre colpe e tutte le nostre sofferenze. Da allora possiamo davvero riconoscere la presenza di Dio in qualsiasi circostanza. Anche quando ci sentiamo più che mai oppressi, possiamo e dobbiamo sentire Gesù che ci dice: “Io sono! Sono vicino a te, sono con te in questa difficoltà, in questa sofferenza. Non c’è nessuna situazione umana, per quanto angosciosa possa essere, che rimanga estranea a me, perché Io sono per sempre nel cuore di ogni situazione umana”. Per questo, dunque, il giogo di Gesù è dolce: perché si è in due a portarlo, perché egli lo porta con noi.In Gesù, il Dio lontano, il Dio infinitamente diverso da noi si è fatto vicino a noi, si è identificato con noi, per poterci dire: “Io sono con voi” (Mt 28,20)» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume II – Tempo ordinario/1, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 266-268).Ciò che conta è la meditazione personale di ognuno Io vi confido ciò che ho pensato nella preghiera.Mi è parso ovvio il collegamento con la Prima lettura del martedì della XIV settimana (l’abbiamo letta lo scorso 8 luglio): Giacobbe chiese inutilmente il nome all’uomo con cui lottava (cfr. Gen 32,30).Padre Vanhoye ci fa riflettere molto sulla differenza e lontananza di Dio dall’uomo, ma anche sull’incredibile vicinanza tra Dio e uomo. Ovviamente avete notato come al centro del commento ci siano i due misteri principali della nostra fede: l’Incarnazione e la Morte e Risurrezione di Gesù.Vi auguro di conservare a lungo questa frase stupenda: «Gesù, “Io Sono”, ha portato la presenza di Dio fino all’estremo della nostra miseria umana».Credo che sia mirabilmente espressa la caratteristica essenziale dell’esperienza del cristiano quando Vanhoye parla della presenza di Dio come «presenza intima e benevola».Una frase, in particolare, dovrebbe farci piangere di gioia e gratitudine: «Per questo, dunque, il giogo di Gesù è dolce: perché si è in due a portarlo, perché egli lo porta con noi».Infine, non possiamo non decidere di continuare (o iniziare!) l’unica guerra buona: quella contro il peccato! Se Dio è colui che è e io sono colui che è caratterizzato dal limite, dall’inadeguatezza, è sempre più chiara la gravità del peccato. Col peccato perdo non ciò che ho, ma ciò che sono, perché mi distacco da Dio, che appunto è l’essere e piombo verso il nulla, verso la morte. Mi limito a ricordarvi Ger 2,13 e Lc 15,24.32. Del peccato come atto suicida parlo nel Manuale nel cap. XI, §19.1, p. 493. Sono sempre più certo che dovremmo ininterrottamente ringraziare il Signore per l’immenso dono del Sacramento della Penitenza. Non smetto di essere quasi sconvolto per come tanti cristiani(?) vi ricorrono con estrema …parsimonia.