Pensiero serale 19-07-2025

Probabilmente l’episodio narrato dal Vangelo di questa domenica (Lc 10,38-42) è ben conosciuto da quasi tutti noi. Eppure non è certo facile da interpretare. So bene che molti pensano di essere cattolici perché sono battezzati o perché vanno a Messa ogni tanto o addirittura (!!!) tutte le domeniche. Volendo fare un passo avanti, sono altrettanto certo che è molto diffuso pensare che l’aspetto essenziale del cristianesimo sia il servizio, la generosità, lo spendersi per gli ultimi, per i poveri, per le periferie (i “pastori con l’odore delle pecore”). Il tutto è racchiuso nella famosa definizione: la “chiesa del grembiule”. Il Vangelo di domenica scorsa (Lc 10,25-37) è proprio l’esaltazione di questo modo di intendere la vita cristiana. Lo stesso Gesù ha detto in modo chiarissimo, parlando ovviamente di se stesso e della sua missione: «Il Figlio dell’uomo […] non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).
Non vi nascondo che tutto ciò mi ha lasciato sempre molto perplesso per vari motivi. Anzitutto io temo che, ragionando e facendo così, la Chiesa si mondanizza, nel senso che corre il rischio di perdere la propria peculiarità, di non sapere più la propria specifica identità e la propria missione irripetibile e totalmente diversa rispetto a tutte le iniziative e organizzazioni umane. Sono ancora più certo del pericolo insito in una Chiesa con le caratteristiche che ho appena delineato, perché mi sono ripetutamente chiesto: se Gesù è venuto per servire, a me chiede in primo luogo di imitarlo o piuttosto di permettergli di raggiungere lo scopo per cui Egli è venuto, appunto servire? Ovviamente non vi sto esortando a servirvi di Gesù (per esempio pregando e ricorrendo a Lui, o a sua Madre, solo in caso di malattia, disoccupazione o altro grave problema). In estrema sintesi, mi è mai venuto il dubbio che io come primo impegno devo permettere a Gesù di servirmi? Se egli è il buon Pastore, io non devo anzitutto essere pastore (pur essendo sacerdote e parroco, per quanto scadente… in tutti i sensi), ma anzitutto devo essere pecora che si lascia guidare, illuminare, nutrire dal Pastore.
Ecco perché io amo immensamente il brano del Vangelo di questa domenica. Concludo con una battuta. Io posso fare mille cose nella mia vita (la mia massima ambizione dopo il liceo non era solo laurearmi in giurisprudenza, ma diventare Sostituto Procuratore della Repubblica), per poi magari affermare che facevo tutto per Gesù e per servire le persone, il bene comune, la causa della legalità…
All’improvviso sentii una piccola e gentilissima voce (cfr. 1 Re 19,12), che mi “donò” un dubbio ben preciso. Pensai che un giorno (magari nel giorno del giudizio finale) Gesù avrebbe potuto dirmi: “Caro Marcello, io apprezzo tutte le cose belle che hai fatto, ma io da te volevo un’altra cosa. Mi hai ascoltato? L’hai capita? L’hai fatta?”.
Insomma capii che Gesù apprezza che osserviamo il decalogo, che andiamo a Messa, che facciamo del bene agli altri…, ma forse – per essere davvero amato – cerca una sola cosa: essere ascoltato e obbedito. Se non faccio come Maria che anzitutto ascolta, potrò commettere l’errore di Marta: affaticarmi per tante cose, ma che Gesù non mi ha chiesto di fare.