Anche stasera vi propongo il commento di padre Vanhoye, ma stavolta egli si sofferma solo sulla Prima Lettura (Gdc 6,11-24).«Nella vocazione di Gedeone, raccontata nella prima lettura, si manifesta il modo apparentemente strano con cui Dio sceglie i suoi strumenti per intervenire nella storia del suo popolo.Gedeone non è un personaggio di rilievo, come riconosce egli stesso, quando dice al Signore che lo chiama: “Perdona, mio signore: come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse, e io sono il più piccolo nella casa di mio padre”. Come mai Dio sceglie uno strumento così debole, così insignificante, della famiglia più povera di una tribù poco importante?Questo modo di fare di Dio riapparirà in seguito, quando Gedeone dovrà combattere contro i Madianiti (cf. Gdc 7). Considerando la forza di questo popolo con cui si deve combattere, Gedeone convoca tutti gli Israeliti, e un grande numero di persone ̶ trentaduemila ̶ si presenta per combattere. Ma Dio dice a Gedeone: “La gente che è con te è troppo numerosa, perché io consegni Madian nelle tue mani; Israele potrebbe vantarsi davanti a me e dire: La mia mano mi ha salvato!” (Gdc 7,2). Così Dio ordina a Gedeone di rimandare a casa quelli che non si sentono molto coraggiosi. Rimangono diecimila uomini. E Dio di nuovo dice: “La gente è ancora troppo numerosa”. Egli propone allora Gedeone una prova singolare. Gedeone deve osservare la posizione che questi uomini assumeranno per bere l’acqua di un torrente. Tutti bevono l’acqua mettendosi in ginocchio, eccetto trecento, che assumono una posizione insolita (“lambirono l’acqua portandosela alla bocca con la mano”). Sono proprio questi trecento a essere scelti per combattere contro i Madianiti. Ora il numero è abbastanza piccolo perché si manifestino la potenza e la grandezza di Dio.È così che Dio di solito sceglie i suoi strumenti. Parlando della sua vocazione, di cui ha una grande stima, Paolo osserva: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta”, cioè portiamo le grazie ricevute da Dio in una condizione di debolezza, di infermità umana, “affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2 Cor 4,7).Questo è l’elemento essenziale: l’uomo non deve pretendere di attribuire a se stesso ciò che in realtà viene da Dio. Il fatto che l’uomo attribuisca a se stesso i meriti delle proprie azioni sarebbe un grande danno, anzitutto per lui stesso. Infatti, se egli si chiude in sé, nel suo orgoglio, non vive più nella corrente di amore che viene da Dio, si separa dalla fonte di ogni bene e si ritrova isolato, senza una vera gioia e senza una sua vera realizzazione. Invece, se assume un atteggiamento umile, allora può veramente ricevere l’abbondanza delle grazie divine. Questa è stata l’esperienza di Paolo. Quando è stato provato, egli ha supplicato Dio di liberarlo dalla prova, e Dio gli ha risposto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Questa è la caratteristica dell’agire di Dio.Pertanto, non dobbiamo scoraggiarci quando ci sentiamo deboli, incapaci; quando i nostri mezzi appaiono inadeguati per l’opera che ci viene affidata; quando sopraggiungono difficoltà di ogni genere e da ogni parte, ostacoli che, umanamente parlando, non siamo in grado di superare. Allora, invece di lamentarci, dobbiamo rinnovare la nostra fiducia nel Signore. Se cerchiamo di fare la sua opera con amore, egli manifesterà la sua potenza e la sua bontà e darà una grande fecondità apostolica ai nostri umili sforzi» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume III – Tempo ordinario/2, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 58-59).Siamo esortati a riflettere sul nostro atteggiamento quando facciamo esperienza di debolezza, pochezza, fragilità. Mi ha colpito l’espressione «nella corrente di amore che viene da Dio». Credo che significhi che siamo chiamati a progredire incessantemente nella sintonia con l’azione di Dio. Dobbiamo eliminare con decisione tutto ciò che ostacola la nostra relazione con Lui. Voglio sottolineare anche l’impostazione nettamente vocazionale. Non è Gedeone che intraprende una iniziativa sproporzionata per le capacità sue o dei suoi collaboratori. Egli pensa solo a rispondere a ciò che Dio gli chiede. Anch’io devo chiedermi sempre se sto attuando il mio progetto, se sto perseguendo i miei obiettivi, o semplicemente seguo ciò che Gesù mi indica giorno per giorno. Perciò contano umiltà, docilità, silenzio, ascolto, intensa vita sacramentale, costante invocazione allo Spirito Santo.