Pensiero serale 31-08-2025

Ogni volta che incontro coppie in crisi, mi convinco sempre di più che il problema vero – nonostante le apparenze – non è quello dell’armonia coniugale, ma piuttosto conta che ognuno si ponga alcune domande di fondo: chi è Dio per me? Qual è il senso della vita? Cosa io cerco dalla mia esistenza? Cosa vale di più? Che cosa intendo per “amore”?

Anche se non sembra, il Vangelo della s. Messa di oggi (Lc 14,1.7-14) tratta questi temi e don Fabio ci aiuta a comprendere meglio le due parabole.

«La parabola che costituisce la prima parte del Vangelo di questa domenica invita a prendere “l’ultimo posto”. Che posto è? È la posizione che si assume in una relazione autentica col Padre celeste. Adamo si mise al primo posto, provando a prendersi la posizione di Dio stesso, con risultati disastrosi.

La salvezza è diventare discepoli, ossia chiamati a seguire Gesù, e se Lui ci guida ci conduce al posto giusto, che è la nostra missione.

Abbiamo paura di seguirlo perché la nostra anima è presa dall’ansia da primo posto, dalla paura di non essere importanti, dalla brama di essere riconosciuti. A che pro? Quando il cuore è intasato dall’ossessione di controllare l’onore che ci viene riconosciuto, si vive un’esistenza intessuta di cose che durano cinque minuti.

Il Signore ci ha chiamato qualcosa di molto più importante e solido. Ha un posto da darci, quello in cui si riceve una dignità che rende liberi e che il disprezzo altrui non può scalfire. C’è da smettere di imporre il ritmo all’esistenza, e lasciarsi condurre dalla Provvidenza. E si entra in una qualità diversa di gioia. Sarà una festa che non finisce e che nessun può intaccare.

Quanti cristiani, nella storia, hanno assaggiato la pienezza quando hanno smesso di scegliersi il posto e si sono lasciati assegnare il posto da Dio! Questa gioia è fatta di atti di abbandono.

Che tipo di soddisfazione cercare nella vita? Per quale ricompensa vivere?

Gesù, nella seconda parte del Vangelo, descrive l’organizzazione di una cena e di una strana lista di invitati: c’è da depennare amici, familiari e ricchi vicini, una sorta di “famiglia” secondo la carne da trascurare. E mandare l’invito a “poveri, storpi, zoppi, ciechi”, persone che arrivano senza “gadget”, non hanno un “cadeau” da offrire. La distinzione alla fine è: vivere per essere servito o servire? Essere sfamati o sfamare? Non è solo questione di scegliere estranei o meno, ma chi non ha niente da dare. Che potrebbe essere anche proprio mio fratello o chi mi sta vicino, quando è uno dei “poveri, storpi, zoppi, ciechi” – perché ogni uomo sa essere cieco, ha i suoi aspetti poveri, ha le sue lentezze, le sue storture.

Nei corsi pre-matrimoniali, quando “si preparano le nozze”, bisogna addestrare i futuri coniugi alla verità del matrimonio che non è una chiamata a stare con l’altro perché è appagante, intelligente, bravo, bello, ma all’amore vero, che è incondizionato. In ogni matrimonio, infatti, presto o tardi arriva il momento di fare i conti con il povero cieco e zoppo che ti ritrovi accanto. Proprio come te. Di questo amore noi tutti abbiamo disperatamente bisogno, è quello di Dio – che ci ha amati nei momenti di povertà, nelle nostre zoppie e quando non capivamo niente.Infatti nessuno di noi è mai “degno di partecipare alla sua mensa”…Ci sono due modi opposti di vivere: cercare il posto migliore e fare quel che rende di più …oppure lasciare che Dio ci metta dove vuole Lui e vivere per la sua ricompensa. Dio è molto più generoso del mondo intero!» (ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico C, San Paolo, Cinisello Balsamo 2024, pp. 174-176).

Vi segnalo soprattutto il cenno alla pastorale familiare e il riferimento alla “missione”, che esprime anche con la seguente espressione: “hanno smesso di scegliersi il posto e si sono lasciati assegnare il posto da Dio”. Ovviamente è urgente smettere di pensare che il tema vocazionale e l’impegno missionario riguardino una stretta cerchia di persone. Tutto sta a vedere se ho davvero deciso di essere discepolo di Gesù Cristo (che non si può ridurre ad andare a Messa la domenica).