Pensiero serale del 15-03-2024

Prima di passare al Salmo 51 (il “Miserere”) Martini ci invita ancora a riflettere sul peccato di Davide affinché ognuno applichi a se stesso la parola di Dio. Due punti emergono con chiarezza: saper riconoscere la propria fragilità e ricorrere con fiducia alla grazia di Dio, che ci aiuta a “rimetterci ogni giorno nella verità”.

 

«Riconoscersi in Davide

Questa storia piena di saggezza non è lontana da noi perché Davide è un grande modello per tutti i tempi.

Ci insegna come da piccole disattenzioni l’uomo entra in gravi difficoltà, e se non tiene lo sguardo fisso in Dio cade in errori sempre più grandi per coprire i precedenti. Dio però è ricco di misericordia e interviene per aiutarci a ritrovare il meglio di noi, a ritrovare ciò che lo Spirito ha messo come dono nel nostro cuore: l’amore per la verità, per la giustizia, per la lealtà.

Le parole di Gesù ci ammoniscono oggi e sempre: “Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le diffamazioni. Ecco le cose che rendono l’uomo impuro” (Mt 15, 19).

Ci riconosciamo in Davide perché in ciascuno di noi c’è il cuore cattivo da cui proviene il disordine.

Per questo siamo invitati, dal Salmo 51 e dal racconto, a riflettere seriamente: non possiamo presumere di essere esenti dalla colpa solo perché non siamo re o non abbiamo la potenza di Davide.

È la nostra condizione umana che si trova in un destino di disordine e quindi rischia di farci diventare, almeno nelle piccole circostanze, prigionieri di noi stessi, incapaci di riconoscerci e di confessarci peccatori.

Solo la grazia di Dio, continuamente invocata e accolta, ci rimette ogni giorno nella verità» (CARLO M. MARTINI, Davide peccatore e credente, Centro ambrosiano – Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1989, p. 75).

 

 

Per meditare ancora sulla serietà del peccato e sul rimedio, voglio tornare all’inizio del Vangelo di domenica scorsa: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15).

 

C’era un riferimento (forse non per tutti chiaro) all’episodio narrato nel cap. 21 del Libro dei Numeri (vv. 4-9). Vi dono il bellissimo commento di sant’Agostino:

 

«Che cosa significano i serpenti che mordono? I peccati […] E il serpente innalzato? La morte del Signore è raffigurata. Il morso del serpente è letale, la morte del Signore è vitale […] Come coloro che guardavano a quel serpente, non morivano per il morso dei serpenti, così chi guarda con fede alla morte di Cristo sarà guarito dai morsi dei peccati. E mentre quelli erano guariti dalla morte per la vita terrena, qui invece è detto: “Affinché abbiano la vita eterna”. Questa è la differenza tra la figura e la realtà stessa. La figura dava la vita temporale; la realtà, cui si riferiva quella figura, dà la vita eterna» (S. AGOSTINO, Commento al Vangelo di s. Giovanni, Discorso XII, 11, Città Nuova, Roma 1973, I vol., p. 201).