Vite dei Santi e dei beati: Fonti per Conoscere, Riflettere e Ispirarsi

Maria Santissima Madre di Dio BENEDETTO XVI, Udienza generale, 2-1-2008.
FRANCESCO, omelia 1-1-2017
– Angelus 1-1-2017
– Omelia 31-12-2018
– Omelia 1-1-2018
– Omelia, 1-1-2019.
– Angelus, 1-1-2019.
– Omelia e Angelus 1-1-2020.
– Omelia 1-1-2022
– CEI, Benedizionale, pp. 19-34.

BIFFI INOS, Evento e segno nella storia e nell’anima. La divina e verginale maternità di Maria, in L’Osservatore Romano, 31-12-2011.
COMASTRI ANGELO, Gridiamo il Vangelo. Omelie sui vangeli festivi. Anno B, Palumbi, Teramo 2023, pp. 50-53.
MONTINI GIOVANNI B., Omelia, 1-1-1961, in Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), III Vol., ed. Studium, Roma 1997, pp. 4027-4033.
ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 41-43.
– Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico B, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023, pp. 37-38.
VANHOYE ALBERT, Le letture bibliche delle domeniche. Anno B, Edizioni AdP, Roma 2016, pp. 45-48.

SERRA ARISTIDE – MEO SALVATORE- SARTOR DANILO, Madre di Dio, in DE FIORES STEFANO – MEO SALVATORE (a cura di) Nuovo Dizionario di Mariologia, San Paolo, Milano 1985, pp. 725-747.
BALEMBO BUETUBELA P. M., Benedizione, in PENNA ROMANO –PEREGO GIACOMO –RAVASI GIANFRANCO (a cura di), Temi teologici della Bibbia. Dizionari San Paolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 133-140.
BARBAGLIO GIUSEPPE, Benedizione, in BARBAGLIO GIUSEPPE (a cura di), Schede bibliche pastorali, I vol., EDB, Bologna 2014, cc. 360-370.
SODI MANLIO, Benedizione, in SARTORE DOMENICO – TRIACCA ACHILLE M.– CARLO CIBIEN (a cura di), Liturgia. I dizionari san Paolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 239-256.
voce Benedizione in RYKEN LELAND –WILHOIT JAMES C. –LONGMAN TREMPER III (a cura di), Le immagini bibliche. Simboli, figure retoriche e temi letterari della Bibbia. Dizionari San Paolo, edizione italiana a cura di Marco Zappella, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 188-190.
Voce Madre in RYKEN LELAND – WILHOIT JAMES C. – LONGMAN TREMPER III (a cura di), Le immagini bibliche. Simboli, figure retoriche e temi letterari della Bibbia. Dizionari San Paolo, edizione italiana a cura di Marco Zappella, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 812-814.
voce Maria, la madre di Gesù in RYKEN LELAND – WILHOIT JAMES C. – LONGMAN TREMPER III (a cura di), Le immagini bibliche. Simboli, figure retoriche e temi letterari della Bibbia. Dizionari San Paolo, edizione italiana a cura di Marco Zappella, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 851-853.
Voce Pace in RYKEN LELAND – WILHOIT JAMES C. – LONGMAN TREMPER III (a cura di), Le immagini bibliche. Simboli, figure retoriche e temi letterari della Bibbia. Dizionari San Paolo, edizione italiana a cura di Marco Zappella, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 1015-1016.
Voce Tempo in RYKEN LELAND – WILHOIT JAMES C. – LONGMAN TREMPER III (a cura di), Le immagini bibliche. Simboli, figure retoriche e temi letterari della Bibbia. Dizionari San Paolo, edizione italiana a cura di Marco Zappella, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 1433-1437.

BENEDETTO XVI, Udienza generale, 25 ottobre 2006.
– Udienza generale, 8 novembre 2006

FRANCESCO, omelia 25-1-2014
– Omelia 25-1-2016.

FABRIS RINALDO, Paolo di Tarso, Paoline, Milano 2008, pp. 47-71.
MARTINI CARLO M., Le confessioni di Paolo, Àncora, Milano 1982.
PANI GIANCARLO, Paolo sulla via di Damasco: conversione o vocazione?, in La Civiltà Cattolica 2014 (165) 1, 32-46.
RAVASI GIANFRANCO, 500 curiosità della fede, Mondadori, Milano 2009, pp. 62-63.

«La festa della conversione di san Paolo ha una doppia motivazione: dedicargli un giorno particolare (dato che il 29 giugno egli è ricordato assieme a san Pietro) e celebrare un avvenimento decisivo per la prima diffusione missionaria del cristianesimo. Infatti, fu nel giorno della sua conversione sulla via di Damasco che Paolo divenne «l’Apostolo delle Genti». Lo rivelò Dio stesso al discepolo Anania, inviato a battezzare Paolo: “Egli è per me uno strumento eletto, per portare il mio Nome davanti ai popoli” (At 9,15). Ed è bello sottolineare che il calendario ricorda oggi anche sant’Anania di Damasco. Ma ascoltiamo il racconto della conversione, dalla stessa bocca di Paolo: «Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso, una gran luce dal cielo rifulse attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo! Saulo! Perché mi perseguiti?”. Risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti!” (At 23,14-15). Fu nel breve tempo di questo intenso e lacerante dialogo che Paolo dovette piegarsi davanti alla misteriosa “identità” che gli si manifestava: Gesù il Nazareno era sia il Signore, sia “il vero perseguitato”. In quell’attimo Paolo comprese che la vicenda del Nazareno era una forza operante nella storia, una forza vittoriosa su ogni altro potere, una forza di salvezza che la sua Chiesa aveva ereditato per donarla al mondo intero. E si consegnò totalmente a Gesù e alla missione di predicare il Vangelo. “Per me, vivere è Cristo!”, diceva con entusiasmo. E il messaggio che non si stancò mai di ripetere fu questo: “Né morte né vita, né presente né avvenire, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8,31. 39)» (ANTONIO M. SICARI, Conversione di san Paolo. “Vivere è Cristo!” in Avvenire, 25-1-2012).

Avvenire, 25-1-2011, p. 1.
Conversione di san Paolo. Sulla via di Damasco
«Se la memoria della conversione di Paolo è così solenne, questo accade perché è utile a quelli che ne celebrano il ricordo. Come è possibile cedere alla disperazione, per quanto grandi siano le nostre colpe, quando si sente che quel Saulo, che sempre fremente minacciava strage contro i discepoli del Signore, fu all’improvviso trasformato in vaso d’elezione? Chi potrebbe dire: ‘Non posso rialzarmi e condurre una vita migliore?’» (san Bernardo).
La festa veniva già celebrata in Gallia nel VI secolo e a Roma nel secolo IX. Ricorda l’apparizione di Cristo all’ebreo Saulo sulla via di Damasco, dagli Atti degli Apostoli ritenuta talmente importante da essere raccontata tre volte. Altra testimonianza decisiva sono le lettere di Paolo, il quale non si sofferma sui particolari, ma sviluppa teologicamente il nucleo dell’evento rappresentato dall’apparizione irresistibile del Risorto. «Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù» (Benedetto XVI). Per questo Paolo, pur mettendosi all’ultimo posto, può rivendicare pari dignità con gli altri apostoli, che avevano seguito Gesù nella vita terrena. L’apparizione del Signore è accompagnata dal conferimento del battesimo da parte di Anania. Paolo è anzitutto gettato nelle tenebre in sequela di Gesù calato nel sepolcro e disceso agli inferi. Poi, con l’acqua battesimale, recupera la vista, perché il Cristo risorto è la luce della verità, la luce di Dio che dilata l’orizzonte degli uomini. Per questo Paolo è chiamato a portare l’evangelo ai popoli. Israelita di nascita, diveniva l’apostolo delle genti.

BENEDETTO XVI, Udienza generale 13-12-2006.
FRANCESCO, Omelia, 26-1-2015.
– Omelia, 26-1-2018.

RAVASI GIANFRANCO, Lettere a Timoteo e a Tito. Cinque Conferenze al Centro San Fedele. Marzo 1996, su Mp 3, EDB, Bologna 2016.

«I due santi di oggi sono i collaboratori più stretti dell’apostolo Paolo.
Timoteo era nato a Listra da madre giudea e padre pagano. Si era avvicinato alla comunità cristiana e, poiché aveva una buona conoscenza delle Scritture, godeva di grande stima presso i fratelli. Quando, verso l’anno 50, passò da Listra, Paolo lo fece circoncidere per rispetto verso i giudei e lo scelse come compagno di viaggio. Con Paolo Timoteo attraversò l’Asia Minore e raggiunse la Macedonia. Accompagnò poi l’apostolo ad Atene e di lì venne inviato a Tessalonica. Quindi proseguì a sua volta per Corinto e collaborò all’evangelizzazione della città sull’istmo. Tito era di famiglia greca, ancora pagana, e venne convertito dall’apostolo in uno dei suoi viaggi. Egli viene inviato in particolare alla comunità di Corinto con lo scopo di riconciliare i cristiani di quella città con l’apostolo. Quando si reca a Gerusalemme per l’incontro con gli apostoli, Paolo porta con sé Timoteo il circonciso insieme con Tito l’incirconciso. Nei suoi due collaboratori egli riunisce simbolicamente gli uomini della legge e gli uomini dalle genti.  Secondo la tradizione Paolo scrisse due lettere a Timoteo e una a Tito quando erano rispettivamente vescovi di Efeso e di Creta. Sono le uniche due lettere del Nuovo Testamento indirizzate non a comunità, ma a persone. L’apostolo, ormai anziano, si lascia finalmente andare ad annotazioni ricche di affetto verso i suoi due discepoli nella fiducia di aver messo nelle giuste mani l’annuncio del Vangelo del Signore. Secondo Benedetto XVI, Timoteo e Tito “ci insegnano a servire il Vangelo con generosità e a essere i primi nelle opere buone”» (Avvenire, 26 gennaio 2011, p. 2).

«Timoteo, abitante di Listra (nel nord dell’attuale Turchia), incontrò l’Apostolo Paolo nell’anno 47 d.C. e si fece suo discepolo, collaborando con lui per vent’anni «nell’opera del Signore». Accompagnò Paolo in Macedonia, poi a Tessalonica, a Corinto e ad Atene. Infine gli fu affidata l’importante comunità di Efeso, di cui fu vescovo. Paolo lo chiamava suo «vero figlio nella fede». A lui sono indirizzate due «lettere pastorali» che Paolo gli scrisse per esortarlo a essere tenace difensore della verità e vero pastore della comunità. Gli raccomandava soprattutto la dolcezza: «Non essere aspro nel riprendere un anziano, ma esortalo come fosse tuo padre; e segui i giovani come fossero tuoi fratelli» (1 Tim 5,1). Timoteo morì ad Efeso, martire durante la persecuzione di Domiziano. Fu sempre molto onorato in tutta la Chiesa. Con lui fu onorato anche Tito, di origine pagana, anch’egli riconosciuto da Paolo come «mio vero figlio nella fede comune». Lo seguì in Epiro e a Roma, poi si stabilì a Creta, dove morì in età avanzatissima. Anche a lui Paolo scrisse una lettera-testamento nella quale traccia il profilo di un vero pastore della Chiesa che sa vivere «nel secolo presente, con sapienza, giustizia e pietà» (Tit 2,12-13). La lettera è importante anche perché vi è documentata la prima organizzazione delle comunità cristiane. A lui l’Apostolo trasmise la bella esortazione ad «annunciare la misericordia di Dio per la quale siamo rigenerati nello Spirito Santo, effuso su di noi abbondantemente» (Tit 3,4-6). Papa Benedetto XVI ha presentato le loro due figure dicendo che Timoteo e Tito «ci insegnano a servire il Vangelo con generosità e a essere i primi nelle opere buone» (ANTONIO M. SICARI, Timoteo e Tito. Due figli nella fede, in Avvenire, 26-1-2012).

Commento al Vangelo
Lc 10, 1-9
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”»
FAUSTI SILVANO, Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB Bologna 1999, pp. 352-360.

LEONE XIII, Lettera enciclica Aeterni Patris, 4 agosto1879. PIO XI, Lettera enciclica Studiorum ducem, 29 giugno 1923. S. PAOLO VI, Lettera Lumen ecclesiae , 20 novembre 1974. S. GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Pontificio Ateneo “Angelicum”, 17-11-1979. – Messaggio ai partecipanti al congresso internazionale tomista, 16-9-2003. BENEDETTO XVI, Angelus, 28-1-2013. – Discorso alla Università della Sapienza, 17-1-2008. – Discorso alle Pontificie Accademie, 28-1-2010. – Udienza generale, 2 giugno 2010. – Udienza generale,16 giugno 2010 – Udienza generale, 23 giugno 2010. BIFFI INOS, Alla scuola di Tommaso Lumen ecclesiae. Intelligenza e amore del mistero cristiano= Opera omnia. La costruzione della teologia medievale, Jaca Book, Milano 2007. – I misteri di Cristo in Tommaso d’Aquino. La Summa Theologiae = Opera omnia. La costruzione della teologia medievale, Jaca Book, Milano 2015. – La teologia e un teologo. San Tommaso d’Aquino, Piemme, Casale Monferrato 1984. – Padre Chenu e il medioevo di Tommaso. A vent’anni dalla morte del grande teologo domenicano, in L’Osservatore Romano, 11-2-2010. CAMPODONICO ANGELO, Alla scoperta dell’essere. Saggio sul pensiero di Tommaso d’Aquino, Jaca Book, Milano 1986. DAL SASSO GIACOMO – COGGI ROBERTO, Compendio della Somma Teologica di s. Tommaso, ESD. DE MAIO MARCELLO, Liberi nella verità. Manuale di teologia morale fondamentale, Brunolibri, Salerno 2022, cap. III, §3.1, pp. 220-227. DE BERTOLIS OTTAVIO, San Tommaso d’Aquino: un’eredità importante, in La Civiltà cattolica 175 (2024), 2, pp. 277-287. P. FERNANDEZ, San Tommaso d’Aquino teologo spirituale, in L’Osservatore Romano, 27/28-1-2020, p. 6. FOREST AIMÉ –VAN STEENBERGHEN FERNAND – M. DE GANDILLAC, Storia della chiesa dalle origini fino ai nostri giorni, vol. XIII. Il movimento dottrinale nei secoli IX-XIV, edizione italiana a cura di Servus Gieben e Corrado da Alatri, ed. SAIE, Torino 1965, pp. 343-367. GIGANTE MARIO, Genesi e struttura dell’atto libero in s. Tommaso, Giannini, Napoli 1980. PINCKAERS SERVAIS, Le fonti della morale cristiana. Metodo, contenuto, storia, Ares, Milano 1992, pp. 201-225; 260-283. RIGOBELLO ARMANDO, Il nucleo centrale del pensiero di s. Tommaso. Una nuova edizione del “De Veritate”, in L’Osservatore Romano, 12/13-9-2005, p. 3. SAMEK LODOVICI GIACOMO, La felicità del bene. Una rilettura di Tommaso D’Aquino, Vita e pensiero, Milano 2007. SIMONETTI SERGIO, L’anima in s. Tommaso, Armando ed., Roma 2007. VANNI ROVIGHI SOFIA, Introduzione a Tommaso d’Aquino, Laterza, Bari 1986.

Bibliografia:
PAOLO VI, Omelia, 2-2-1972.
RATZINGER JOSEPH BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Rizzoli, Milano 2012, pp. 94-103.
FRANCESCO, Omelia 1-2-2020.
– Udienza generale 30-3-2022.

BERGAMINI AUGUSTO, L’anno liturgico. Cristo festa della Chiesa, San Paolo 2002, pp. 366-369.
CÀNOPI ANNA M., I miei occhi han visto la tua salvezza. Lectio divina sui vangeli dell’infanzia di Gesù, Paoline, Milano 2004, pp. 65-73.
GHIDELLI CARLO, Commento a Luca = Nuovissima Versione della Bibbia, pp. 84-94.
RAVASI GIANFRANCO, Secondo le Scritture. Doppio commento alle letture della domenica. Anno B, Piemme, Casale Monferrato 1993, pp. 347-352.
– I Vangeli del Natale, Ancora, Milano 2009, pp. 127-140.
ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico B, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 58-60.
STOCK KLEMENS, Maria con il suo bambino nel tempio (Lc 2, 21-40), in Il messaggio del Cuore di Gesù 17 (1994) pp. 77-80.
VANHOYE ALBERT, Le letture bibliche delle domeniche. Anno B, Edizioni AdP, Roma 2016, pp. 305-308.

 

Commento:

«Presentazione al tempio di Gesù. Il testo che narra questo evento gioca su due colori contrastanti: da una parte la luminosa gioia di Simeone e della profetessa Anna che parlano di consolazione, di redenzione e di gloria, e dall’altra l’annunzio di un sentiero di contraddizione, e di spade nell’anima in vista…
Qual è il motivo di questi toni così diversi nello stesso racconto?
Quel che va focalizzato è la ragione della “presentazione” al tempio: la liturgia ci consente di ascoltare il versetto che prepara la visita al tempio, quello in cui si parla del compimento dei “giorni della loro purificazione” come premessa al rito vero e proprio dell’offerta di una coppia di tortore o due giovani colombi per il “riscatto del primogenito”.
Gesù è il primogenito e, per vivere la grazia della maternità, Maria deve passare per un processo di purificazione e, insieme a Giuseppe, occorre “pagare” il riscatto del figlio, per ricordare che il figlio non è loro, che prima di tutto è di Dio.
È la purificazione e l’offerta del primogenito che sono parte del processo della consacrazione: non a caso la Chiesa situa in questa festa la celebrazione del dono della vita consacrata, che è la manifestazione oggettiva del dono del Battesimo che ci consacra tutti come dono di Dio, e a Dio.
Cosa c’è di più naturale della maternità? Perché mai una donna era chiamata alla purificazione? Cosa ci può essere di più sano e bello del fatto che si diventi padri e madri? Perché mai bisogna fare questo sacrificio per adeguare al rapporto con Dio il dono del primo figlio?
“Purificare”, molto più che un atto di rilevanza etica, significa rendere qualcosa di una sola natura, passando spesso per il fuoco – infatti, “purificare” viene dalla parola che in greco significa “fuoco” – per cui abbiamo per esempio “oro puro” o “acqua pura”: solo oro, solo acqua, nient’altro.
Il cuore va purificato? E l’intelligenza? E gli atteggiamenti? C’è per caso il rischio di vivere maternità, paternità, femminilità, mascolinità in modo ambiguo? Si può contemplare che qualcuno infetti il rapporto con la propria paternità-maternità con atteggiamenti auto-referenziali, che non rispettino la verità della vita, del proprio ruolo, del reale possesso delle cose?
Allora iniziamo a capire perché il padre della fede, Abramo, per divenire padre secondo Dio deve passare per vari momenti di distacco, e un giorno mettere la vita del figlio Isacco a totale disposizione della volontà di Dio. Infatti, è proprio a quell’evento che si riferisce il dovere del sacrificio che tutti i pii Israeliti devono fare per i loro primogeniti.
Abbiamo bisogno di purificazione, tutti, sempre. È un processo costante che implica una spada che penetri nell’intimo e distingua ciò che è da Dio e ciò che non lo è. Dobbiamo passare per questo processo permanente di pulizia della nostra intelligenza e delle nostre opere.
Abbiamo vari primogeniti da riscattare. Da cosa? Dalla rapacità del nostro cuore, perlomeno» (FABIO ROSINI, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico B, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 58-60).

Credo che tutto si possa riassumere nell’impegno di passare dallo pseudo-amore possessivo al vero amore, quello oblativo. Direbbe un tomista: dall’ “amor concupiscentiae” all’ “amor benevolentiae”.
Senza la Grazia di Dio, senza un ottimo confessore, un ottimo padre spirituale, tanta preghiera e tanto impegno sono convinto che sia una pia illusione affrontare un tema come questo.
Vi segnalo un libro bellissimo dedicato a questo argomento (io lo cito anche nel mio Manuale): TOMÁŠ ŠPIDLÍK, L’arte di purificare il cuore, Lipa, Roma 2001.

Sant’Agata il cui nome in greco Agathé, significava buona, fu martirizzata verso la metà del III secolo, alcuni reperti archeologici risalenti a pochi decenni dalla morte, avvenuta secondo la tradizione il 5 febbraio 251, attestano il suo antichissimo culto.
Agata nacque nei primi decenni del III secolo (235?) a Catania; la Sicilia, come l’intero immenso Impero Romano era soggetta in quei tempi alle persecuzioni contro i cristiani, che erano cominciate, sia pure occasionalmente, intorno al 40 d.C. con Nerone, per proseguire più intense nel II secolo, giustificate da una legge che vietava il culto cristiano.
Nel III secolo, l’editto dell’imperatore Settimio Severo, stabilì che i cristiani potevano essere prima denunciati alle autorità e poi invitati ad abiurare in pubblico la loro nuova fede. Se essi accettavano di ritornare al paganesimo, ricevevano un attestato (libellum), che confermava la loro appartenenza alla religione pagana, in caso contrario se essi rifiutavano di sacrificare agli dei, venivano prima torturati e poi uccisi.
Era un sistema spietato e calcolato, perché l’imperatore tendeva a fare più apostati possibile che martiri, i quali venivano considerati più pericolosi dei cristiani vivi. Nel 249 l’imperatore Decio, visto il diffondersi comunque del cristianesimo, fu ancora più drastico; tutti i cristiani denunciati o no, dovevano essere ricercati automaticamente dalle autorità locali, arrestati, torturati e poi uccisi.
In quel periodo Catania era una città fiorente e benestante, posta in ottima posizione geografica; il suo grande porto, costituiva un vivace punto di scambio commerciale e culturale dell’intero Mediterraneo.
E come per tutte le città dell’Impero Romano, anche Catania aveva un proconsole o governatore, che rappresentava il potere decentrato dell’impero, ormai troppo vasto; il suo nome era Quinziano, uomo brusco, superbo e prepotente e circondato da una corte numerosa, con i familiari, un numero enorme di schiavi e con le guardie imperiali, dimorava nel ricco palazzo Pretorio con annessi altri edifici, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.
Secondo la ‘Passio Sanctae Agathae’ risalente alla seconda metà del V secolo e di cui esistono due traduzioni, una latina e due greche, Agata apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese, il padre Rao e la madre Apolla, proprietari di case e terreni coltivati, sia in città che nei dintorni, essendo cristiani, educarono Agata secondo la loro religione.
Cresciuta nella sua fanciullezza e adolescenza in bellezza, candore e purezza verginale, sin da piccola sentì nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo e quando giunse sui 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi a Dio. Nei primi tempi del cristianesimo le vergini consacrate, con il loro nuovissimo stile di vita, costituivano un’irruzione del divino in un mondo ancora pagano e in disfacimento.
Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e durante una cerimonia ufficiale chiamata ‘velatio’, le impose il ‘flammeum’, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate.
Nel mosaico di S. Apollinare Nuovo in Ravenna del VI secolo, è raffigurata con la tunica lunga, dalmatica e stola a tracolla, abbigliamento che lascia supporre che fosse diventata diaconessa.
Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l’occasione di vederla e se ne incapricciò, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato, accusa comune a tutti i cristiani, quindi ordinò che la catturassero e la conducessero al Palazzo Pretorio.
Qui subentrano varie tradizioni popolari, che indicano Agata che scappa per non farsi arrestare e si rifugia in posti indicati dalla tradizione, in una contrada poco distante da Catania, Galermo, oppure a Malta, oppure a Palermo; ma comunque ella viene catturata e condotta da Quinziano.
Il proconsole quando la vede davanti viene conquistato dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronisce di lui, ma i suoi tentativi di seduzione non vanno in porto, per la resistenza ferma della giovane Agata.
Egli allora mette in atto un programma di rieducazione della ragazza affidandola ad una cortigiana di facili costumi di nome Afrodisia, affinché la rendesse più disponibile. Trascorse un mese, sottoposta a tentazioni immorali di ogni genere, con festini, divertimenti osceni, banchetti; ma lei resistette indomita nel proteggere la sua verginità consacrata al suo Sposo celeste, al quale volle rimanere fedele ad ogni costo.
Sconfitta e delusa, Afrodisia riconsegna a Quinziano Agata dicendo: “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”. Allora furioso, il proconsole imbastì un processo contro di lei, che si presentò vestita da schiava come usavano le vergini consacrate a Dio; “Se sei libera e nobile” le obiettò il proconsole, “perché ti comporti da schiava?” e lei risponde “Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”.
Il giorno successivo altro interrogatorio accompagnato da torture, tralasciamo i testi degli interrogatori per motivo di spazio, del resto sono articolati diversamente da una ‘passio’ all’altra. Ad Agata vengono stirate le membra, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza, allora Quinziano al colmo del furore le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.
Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”. Ormai Agata costituiva una sconfitta bruciante per Quinziano, che non poteva sopportare oltre, intanto il suo amore si era tramutato in odio e allora ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, allora il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Dopo un anno esatto, il 5 febbraio 252, una violenta eruzione dell’Etna minacciava Catania, molti cristiani e cittadini anche pagani, corsero al suo sepolcro, presero il prodigioso velo che la ricopriva e lo opposero alla lava di fuoco che si arrestò; da allora s. Agata divenne non soltanto la patrona di Catania, ma la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e poi contro gli incendi.
L’ultima volta che il suo patrocinio si è rivelato valido, tramite il miracoloso velo, portato in processione dall’arcivescovo di Catania, è stata nel 1886, quando una delle ricorrenti eruzioni dell’Etna, minacciava la cittadina di Nicolosi, posta sulle pendici del vulcano e che venne risparmiata dalla distruzione.
Nel 1040 le reliquie della santa, furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatasi e rivestitasi alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.
Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa, richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside, per questo s. Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre, anche se era appena una quindicenne.
Ciò spiegherebbe anche il patronato di s. Agata sui costruttori di campane, perché si sa, nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per s. Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo, essa era contesa come appartenenza anche da Palermo, la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per s. Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata, papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da S. Gregorio Magno nel 593. Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto, le feste sono due il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo. Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’ fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di s. Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle ‘Candelore’ è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico ‘sacco’.
Tante altre manifestazioni popolari e folcloristiche, oggi non più in uso, accompagnavano nei tempi trascorsi questi festeggiamenti, a cui partecipava tutto il popolo con le Autorità di Catania, devotissimo alla sua ‘Santuzza’.

Articoli scaricabili:

Bibliografia:

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TORNIELLI ANDREA, Pio IX. L’ultimo papa re = Il Giornale. Biblioteca storica, Milano 2004.

«Alla fine vorrei raccontare una piccola storia di santa Giuseppina Bakhita, questa piccola santa africana che in Italia ha trovato Dio e Cristo, e che mi fa sempre una grande impressione. Era suora in un convento italiano; un giorno, il Vescovo del luogo fa visita a quel monastero, vede questa piccola suora nera, della quale sembra non avesse saputo nulla e dice: “Suora cosa fa lei qui?” E Bakhita risponde: “La stessa cosa che fa lei, eccellenza”. Il vescovo visibilmente irritato dice: “Ma come, suora, fa la stessa cosa come me?”, “Sì, – dice la suora – ambedue vogliamo fare la volontà di Dio, non è vero?”. Infine questo è il punto essenziale: conoscere, con l’aiuto della Chiesa, della Parola di Dio e degli amici, la volontà di Dio, sia nelle sue grandi linee, comuni per tutti, sia nella concretezza della mia vita personale. Così la vita diventa forse non troppo facile, ma bella e felice. Preghiamo il Signore che ci aiuti sempre a trovare la sua volontà e a seguirla con gioia» (BENEDETTO XVI, Incontro con i giovani, 25-3-2010).

«Era una bimba africana di uno sperduto villaggio del Sudan, che conosceva e amava Dio solo per lo stupore che provava davanti alle meraviglie della creazione. A 6 anni fu rapita e venduta come schiava a un generale turco; conobbe così la terribile cattiveria degli uomini. Per fortuna fu poi riscattata, al mercato degli schiavi, dal console italiano. Durante una breve visita in Italia, il console portò con sé la ragazza e la cedette temporaneamente a una famiglia di amici veneziani che la volevano come bambinaia. I nuovi “padroni” le permisero di frequentare l’Istituto delle Canossiane per prepararsi al battesimo. Quando giunse il momento di tornare in Africa, la fanciulla non volle più lasciare quelle buone suore: «Non voglio perdere il Buon Dio», diceva piangendo. E a suo sostegno intervenne perfino il patriarca di Venezia (il futuro san Pio X). Nel giorno del battesimo, per lo stupore d’essere stata scelta da Dio come figlia e di sentirsi amata, Bakhita provò una gioia tale che giudicò poi tutto alla luce di quell’infinito e immeritato dono. Nel 1896 emise i voti definitivi nell’Istituto delle Canossiane. Inviata nel convento di Schio, vi ricoprì, fino alla morte (1947), l’incarico di suora portinaia nella scuola materna. I bambini la chiamarono subito “madre Moretta” e il nome familiare le rimase per sempre. A chi la interrogava sulla sua straordinaria avventura, Bakhita ripeteva che soffrire come schiavi non era la peggiore sofferenza del mondo, se si giungeva infine a conoscere il «Padre celeste». Sembrava vivesse in un’abituale commozione e ciò le rendeva facile l’essere sempre a disposizione di tutti, per amore dell’unico “Padre comune”. Per questo, canonizzandola nel 2000, GIOVANNI PAOLO II la definì: “Sorella universale” (ANTONIO M. SICARI, La sorella universale, in Avvenire, 8-2-2012).

BIBLIOGRAFIA

GIOVANNI PAOLO II, Omelia beatificazione 17-5-1992.

  • Omelia canonizzazione 1-10-2000.

BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Spe Salvi (30 novembre 2007), n. 3-4.

FRANCESCO, Udienza generale 11-10-2023.

«Alle origini del monachesimo occidentale c’è non soltanto la celebre figura di san Benedetto da Norcia, ma anche la cara figura di santa Scolastica, sua sorella, che fondò, accanto a Montecassino (ma, umilmente, ai piedi della montagna!), un monastero per le donne che volevano consacrarsi a Dio. Di lei non sappiamo molto, e tuttavia quei pochi ricordi che ci sono stati tramandati non esitano a dire che, nel suo cuore di donna, ella riusciva perfino ad “amare di più” del suo celebre fratello. Si tratta del simpatico episodio, raccontato dal papa san Gregorio Magno: Benedetto e Scolastica avevano pattuito tra loro di incontrarsi una volta all’anno, in una casetta vicino al monastero, per trascorrere assieme l’intera giornata occupati in un fraterno e spirituale colloquio. A sera, Scolastica vorrebbe fermarsi ancora, ma Benedetto è ligio alla Regola e vuole rientrare in monastero. Allora Scolastica congiunge le mani in preghiera e scoppia un temporale così violento che impedisce anche solo di uscire da casa. E così i due possono trascorrere ancora qualche ora assieme “a parlare delle gioie della vita celeste”. Il santo Pontefice commenta: «Poté di più, la preghiera di colei che più amava». Il seguito della storia mostra il perché di quell’affettuosa insistenza di Scolastica che era ormai giunta al termine della sua vita. Ella muore, infatti, tre giorni dopo, e Benedetto la fa seppellire nel sepolcro che ha preparato per sé. A quaranta giorni di distanza morirà anche Benedetto. Così, quell’ultimo incontro, a cui Scolastica tanto teneva, diventa un simbolo di quella dolce umanità che deve accompagnare ogni dedizione di sé a Dio. Lì venne costruita una “chiesetta del colloquio”» (ANTONIO M. SICARI, La preghiera potente, in Avvenire, 11-2-2012, p. 2).


Dai Dialoghi di san Gregorio Magno, papa (Lib. 2, 33; PL 66, 194-196)

Poté di più colei che più amò

Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi a Dio fin dall’infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all’anno. L’uomo di Dio andava incontro a lei, non molto fuori della porta, in un possedimento del monastero. Un giorno vi si recò secondo il solito, e il venerabile suo fratello le scese incontro con alcuni suoi discepoli. Trascorsero tutto il giorno nelle lodi di Dio e in santa conversazione. Sull’imbrunire presero insieme il cibo. Si trattennero ancora a tavola e, col protrarsi dei santi colloqui, si era giunti a un’ora piuttosto avanzata. La pia sorella perciò lo supplicò, dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte, ma parliamo fino al mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero». Scolastica, udito il diniego del fratello, poggiò le mani con le dita intrecciate sulla tavola e piegò la testa sulle mani per pregare il Signore onnipotente. Quando levò il capo dalla mensa, scoppiò un tale uragano con lampi e tuoni e rovescio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i monaci che l’accompagnavano, poterono metter piede fuori dalla soglia dell’abitazione, dove stavano seduti. Allora l’uomo di Dio molto rammaricato cominciò a lamentarsi e a dire: «Dio onnipotente ti perdoni, sorella, che cosa hai fatto?». Ma ella gli rispose: «Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero». Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente, fu costretto a rimanervi per forza. Così trascorsero tutta la notte vegliando e si saziarono di sacri colloqui raccontandosi l’un l’altro le esperienze della vita spirituale. Non fa meraviglia che Scolastica abbia avuto più potere del fratello. Siccome, secondo la parola di Giovanni, «Dio è amore», fu molto giusto che potesse di più colei che più amò. Ed ecco che tre giorni dopo, mentre l’uomo di Dio stava nella cella e guardava al cielo, vide l’anima di sua sorella, uscita dal corpo, penetrare nella sublimità dei cieli sotto forma di colomba. Allora, pieno di gioia per una così grande gloria toccatale, ringraziò Dio con inni e lodi, e mandò i suoi monaci perché portassero il corpo di lei al monastero, e lo deponessero nel sepolcro che aveva preparato per sé. Così neppure la tomba separò i corpi di coloro che erano stati uniti in Dio, come un’anima sola.

BIBLIOGRAFIA
GIOVANNI PAOLO II, Omelia, 21-3-1981.

 

ARTICOLI SCARICABILI:


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TROCHU FRANÇOIS, Santa Bernadette, Marietti, Torino 1967.

 

ARTICOLI SCARICABILI:

Mt 16,13-19

Gesù raduna i discepoli in un luogo appartato e si mette a parlare con loro. Ogni comunità ha bisogno di momenti come questi, non per una vuota e falsa intimità, ma per crescere nella conoscenza e nell’amore del Signore. Gesù chiede cosa dice la gente di lui; ma soprattutto vuol sapere cosa pensano i discepoli. Sapeva bene che era molto viva l’attesa del Messia, sebbene inteso come un uomo forte sia politicamente che militarmente. Avrebbe dovuto liberare il popolo d’Israele dalla schiavitù dei romani. Era un’attesa estranea alla sua missione tesa, invece, alla liberazione radicale dalla schiavitù del peccato e del male. Dopo le prime risposte Gesù va diritto al cuore dei discepoli: «Voi chi dite che io sia?». Ha bisogno che i discepoli siano in sintonia con lui, che abbiano con lui un comune sentire. Pietro prende la parola e, rispondendo per tutti, confessa la sua fede. E riceve subito la beatitudine. Pietro, e con lui quel modesto gruppo di discepoli, fa parte di quei piccoli ai quali il Padre rivela le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. E Simone, uomo come tutti, fatto di carne e sangue, nell’incontro con Gesù riceve una nuova vocazione, un nuovo compito, un nuovo impegno: essere pietra, ossia sostegno per tanti altri, con il potere di legare nuove amicizie e di sciogliere i tanti legami di schiavitù.

 

LEONE XIII, Quamquam pluries, 15-8-1889.
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FRANCESCO, Omelia, 19-3-2013.
– Angelus, 22-12-2013.
– Omelia, 20-3-2013.
– Angelus 22-12-2019.
– Patris corde, 8-12-2020.
– Udienze generali dal 17-11-2021 al 16-2-2022.

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COMMENTI

«Ecco la serva del Signore.

Ciò che i profeti avevano annunciato e ciò che Dio stesso aveva anticipato con molti segni nella storia di Israele, è come misteriosamente sintetizzato nel racconto dell’annunciazione. È il segno promesso dal profeta Isaia al re Acaz che ora si compie in un piccolo villaggio della Galilea: «La vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, perché Dio è con noi›› (Is 7,14-8,10c). L’evangelista Luca, l’unico che ci riporta il racconto dell’annunciazione della nascita di Gesù, ci offre una narrazione coinvolgente ed essenziale allo stesso tempo, capace di condurci alla soglia del mistero che continuamente si affaccia in tutto il racconto e lo avvolge; di esso ci fa percepire contemporaneamente la vicinanza (soprattutto attraverso il dinamismo delle reazioni di Maria alle parole dell’angelo) e l’insondabile profondità (nelle continue aperture verso l’infinito di Dio, soprattutto attraverso le parole dell’angelo). Nel racconto si intrecciano continuamente parole e testi della Scrittura, formando cosi un complesso sottofondo biblico che orienta alla comprensione di ciò che sta avvenendo, senza d’altra parte esaurirlo. Questo racconto può essere riletto attraverso due angolature.

La prima è la gratuità di Dio. Uno sconosciuto villaggio della Galilea e un contesto quotidiano fatto di gioie (una coppia di fidanzati, il desiderio di costruire una famiglia) e di povertà attrae lo sguardo di Dio. L’iniziativa di Dio qui appare in tutta la sua gratuità, come qualcosa di inatteso e che capovolge i criteri umani, fino a raggiungere l’umanamente assurdo: una vergine che non conosce uomo potrà concepire un figlio. Veramente «nulla è impossibile a Dio›› (Lc 1,37). Ma questa gratuità si rivela soprattutto nel saluto dell’angelo Gabriele a Maria: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te›› (1,28). In queste parole è racchiuso il mistero che abita Maria, diventando il sottofondo trasparente in cui si riflette l’amore di Dio per l’uomo. In questo saluto è impressa, quasi come un sigillo, la vocazione di Maria, il suo nome segreto che solo Dio conosce. Nel cammino di Maria è racchiusa la gioia di ogni promessa di Dio, che troverà compimento nella lieta notizia che è Gesù di Nazaret; nel cammino di Maria si riflette tutta la benevolenza dì Dio, la sua grazia che trasforma radicalmente la povera ragazza di Nazaret rendendola degna del- lo sguardo di Dio; e, infine, nel corpo stesso di Maria, la gioia e la grazia prendono un volto, quello dell’Emmanuele, quello del Signore che abita in mezzo al suo popolo.

Alla gratuità di Dio fa eco l’ascolto di Maria. L’inaudita parola di Dio pronunciata dall’angelo attraversa l’umanità di questa donna, provocando diverse reazioni: in Maria inizia un dialogo interiore, un cammino di riflessione per capire il senso di ciò che ha udito.

È un tratto tipico del modo di reagire di Maria e che Luca sottolinea altre volte: «Maria […] custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19). Questa reazione attiva di Maria (ben ` lungi dalla paura di Zaccaria che rende muto l’uomo) permette di porre domande alla Parola e, di conseguenza, aprire un nuovo orizzonte, uno spazio di novità, un salto di qualità nella propria fede. E d’altra parte, fede e ascolto sono il terreno in cui matura la risposta di Maria alle parole dell’angelo: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (1,38). Con il suo «si» alla Parola, Maria aderisce alla verità più profonda del suo essere: si sente nient’altro che «schiava» e come tale si presenta, libera e senza pretese, davanti al suo Signore. Solo in un cuore e in un corpo così disponibili, la Parola può incarnarsi. È questa la vera beatitudine del credente: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto›› (1,45).

O Padre, nella tua infinita gratuità, hai volto il tuo sguardo di compassione su un’umile donna, Maria, e l’hai resa più grande dei serafini e più gloriosa dei cherubini. Si, o Padre, così hai scelto nella tua benevolenza. Ora guarda anche a noi, donaci il tuo Spirito affinché adoriamo il mistero del tuo Verbo, che ha accolto la nostra carne e l’ha fatta dimora della tua santità» (Adalberto Piovano, Messa e preghiera quotidiana, aprile 2016, pp. 49-51).

Annunciazione del Signore Il sì che tutto cambia

«Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un Figlio, l’angelo aspetta una risposta, deve far ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi. O Vergine, da’ presto la risposta» (san Bernardo). Due sono i protagonisti della festa odierna: Dio e la Vergine. Per quanto riguarda Dio, l’apostolo Paolo spiega che qui ci troviamo di fronte a un mistero trinitario, un piano, concepito nell’eternità, da realizzare dal Figlio, su mandato del Padre, con la collaborazione dello Spirito Santo. Inoltre, il mistero «avvolto nel silenzio per secoli eterni», per volere di Dio viene ora manifestato. L’annuncio, destinato a tutte le genti, deve passare attraverso delle persone ben precise. La prima è Maria di Nazaret, chiamata come nessun altro a dare il suo assenso e la sua collaborazione. A lei si rivolge l’angelo Gabriele con un annuncio di gioia che, tuttavia, getta Maria nell’inquietudine. La sua preoccupazione nasce dal sentirsi attribuire un titolo troppo bello, «piena di grazia: il Signore è con te». L’angelo, tuttavia, la rassicura e le spiega che ella è come l’arca dell’alleanza, sede della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. È la Vergine sulla quale sta per scendere lo Spirito di Dio per generare in Lei il Messia, il Figlio stesso di Dio che diventerà anche suo Figlio. A questo punto l’angelo si ferma e attende trepidante la risposta. Con le parole riportate all’inizio san Bernardo ha interpretato al meglio questo frammento di tempo al quale è sospeso il piano eterno. La risposta di Maria: «Ecco la serva del Signore» è colma dei sentimenti cui san Luca dà espressione nel Magnificat.

Note intime di Santa Bernadette Soubirous

PREGHIERA
“O Gesù, vi prego, datemi il pane dell’umiltà, il pane dell’obbedienza, il pane della carità, il pane della forza per spezzare la mia volontà e fonderla nella vostra, il pane della mortificazione interiore, il pane del distacco dalle creature, il pane della pazienza per sopportare le pene che il mio cuore patisce. O Gesù, tu mi vuoi crocifissa, Fiat, il pane dei forti per ben soffrire, il pane di non vedere che te in tutto e sempre, Gesù, Maria, il Crocefisso, non voglio altri amici che questi.”

RACCONTO DEL CONTE DE BRUISSARD
SULLA PROPRIA ESPERIENZA DI LOURDES

“Ero a Castets, nel tempo in cui si parlava tanto delle apparizioni di Lourdes. Non credevo allora né alle apparizioni, né all’esistenza di Dio: ero un ateo. Avevo letto in un giornale del paese che il 16 luglio Bernardette aveva avuto un’apparizione e che la Vergine le aveva sorriso, e perciò avevo deciso di recarmi a Lourdes per curiosità. Mi recai dunque in casa dei genitori, e trovai Bernardette seduta alla porta, intenta a rammendare un paio di calze. Dietro mia richiesta, ella mi parlò delle apparizioni con una semplicità e una sicurezza che mi turbarono. – Ma insomma, le dissi, come sorrideva quella bella Signora? La piccola pastorella mi guardò con aria di stupore, poi dopo un istante di silenzio, esclamò: O Signore, bisognerebbe essere un santo del cielo per rifare quel sorriso! Io mi sentivo disarmato. No, non mentiva, ed io ero lì per gettarmi in ginocchio davanti a lei per chiederle perdono. E Bernardette allora disse: – Poiché vi professate peccatore, io vi farò il sorriso della Vergine. Allora si alzò lentamente in piedi, congiunse le mani e abbozzò un sorriso talmente celeste, quale io non ho mai visto su labbra mortali. Vidi il suo viso riflettere una luce che mi turbò. Senza accorgermi ero già caduto in ginocchio davanti a lei persuaso di avere visto il sorriso di Maria sul volto di Bernardette. Da quel giorno porto in me, in fondo all’anima quel sorriso. Ora vivo del sorriso di Maria!”.

FONTI
CONVENTO SAINT-GILDARD, Bernardetta diceva, Nevers 1988.
LAURENTIN RENÉ’- BOURGEADE MARIE-THÈRESE (a cura di), Logia. Espressioni di Bernardetta (Traduzione di Mario Biffi), NDL Editions, Lourdes 2009
SOUBIROUS BERNADETTE, Quaderno delle note intime. Le parole di Bernadette, Città Nuova, Roma 2007.

STUDI
BENEDETTO XVI, Omelia, 16-4-2012.
GRIECO GIUSEPPE, Lourdes e Bernadette: una storia mariana che continua nel segno della predilezione, in L’Osservatore Romano, 18-2-2004, p. 4.
LAURENTIN RENÉ’, Lourdes. Cronaca di un mistero (Presentazione di Vittorio Messori), Oscar Storia Mondadori 1998.
TROCHU FRANÇOIS, Santa Bernadette, Marietti, Torino 1967.

BIBLIOGRAFIA
FRANCESCO, Udienza generale, 1-5-2013.
Udienza generale, 12-1-2022.

 


COMMENTI
Famiglia e lavoro
La festa del 19 marzo celebra san Giuseppe con particolare riferimento agli eventi che accompagnarono la nascita di Gesù. La festa odierna ricorda il santo del lavoro fedele e dell’attenta cura per la sua famiglia. Giuseppe era falegname, una professione modesta. Ne è una prova la scarsa considerazione che gli abitanti di Nazaret hanno per la sua famiglia: «Non è costui il figlio del falegname?». Eppure la condizione lavorativa di Giuseppe è importante. La modestia del suo lavoro è in piena sintonia con l’umiltà del Figlio di Dio che scelse la condizione di servo. Con il suo esempio, subito imitato da san Paolo e dalla tradizione monastica, Giuseppe avviava un vero rivolgimento nella considerazione del lavoro manuale. Altrettanto si deve dire della sua premurosa cura della famiglia. Anzitutto, se i Vangeli stendono un velo di rispettoso silenzio sui suoi sentimenti, numerosi indizi ci dicono che egli fu uno sposo affettuoso per Maria. L’amore dimostrato negli eventi straordinari della nascita di Gesù proseguì nella vita quotidiana di Nazaret. Sposo innamorato, Giuseppe fu anche padre attento e premuroso. Il suo impegno lavorativo era finalizzato alla crescita e all’educazione di quel figlio, al cui servizio si pose con umiltà e modestia. Oggi si parla tanto di crisi generata dalla mancanza di lavoro. A questi fenomeni Benedetto XVI ha dedicato l’enciclica “Caritas in veritate”, nella quale scrive: «Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia». Giuseppe è il modello di un uomo che sa organizzare il suo lavoro e guidare la sua famiglia al ritmo di Dio e dell’amore per il prossimo.

 


Simboli e umanità nell’iconografia di san Giuseppe lavoratore
Vita quotidiana e familiare di un buon falegname (e ottimo papà)

«I Vangeli non fanno riferimento all’attività di Giuseppe: se ne parla solo in occasione della discussione sulla provenienza del Cristo: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria?”. Il termine usato dagli evangelisti – tèkton – tradotto con “falegname”, può assumere il significato di “carpentiere” e “fabbro”. L’apologista Giustino nel Dialogo con l’ebreo Trifone, composto intorno al 155, riferisce che Gesù faceva aratri di legno e gioghi. E nell’apocrifo dello Pseudo-Matteo e nella Storia di Giuseppe falegname si dice espressamente che Giuseppe “era ben istruito nella saggezza e nell’arte della falegnameria”. L’iconografia trasmette sporadicamente questo aspetto di san Giuseppe faber lignarius:  si segnalano due miniature del dodicesimo e tredicesimo secolo relative alla scena del ritorno  di Giuseppe dai cantieri, in cui si evidenzia l’uso di strumenti da lavoro:  nella prima una sega e nell’altra un’ascia. Queste figurazioni, attribuite a maestranze del nord-Italia, non erano frutto del caso; una corrente dottrinale, infatti, ha inteso vedere nel santo che lavora per fabbricare oggetti utili, l’immagine del Padre celeste, artefice di tutte le cose, o anche lo Spirito santo, santificatore. E Massimo il confessore (+ 662): “Esercitava il mestiere di carpentiere, esperto nell’arte più di tutti gli altri carpentieri: infatti doveva essere al servizio del vero architetto, il creatore e carpentiere di tutte le creature”. Si trattava, in definitiva, di un discorso esegetico che presentava in chiave simbologica – tipo/anti-tipo – il personaggio e il suo mestiere, ponendolo in stretta relazione con la divinità e la sua opera salvifica: Adamo-Eva = Giuseppe-Maria = Cristo-Chiesa; Dio artefice del creato = Giuseppe artigiano di manufatti. Sul piano testuale, le fonti d’ispirazione nel medioevo furono principalmente due:  la Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze, enciclopedica raccolta di vite dei santi a uso dei predicatori, a cui attinsero ampiamente anche gli artisti, e le Meditationes dello Pseudo-Bonaventura, opera mistica di ambito francescano, in cui nel capitolo sulla permanenza in Egitto si legge: “Trovano una casetta e vi restano per sette anni(…) Ho letto da qualche parte che la Signora procurava il necessario alla vita per sé e per suo figlio tessendo e cucendo(…) In più, c’era quel santo vecchietto di Giuseppe che, come falegname, si dava da fare”. Nell’arte paleocristiana, la figura di san Giuseppe venne rappresentata con intenti narrativi e didascalici, quale elemento provvidenziale della Redenzione. E per connotarlo visivamente, una sega al suo fianco, come vediamo ad esempio nell’Evangeliario di Milano, del quinto secolo; una figurazione affine compare nel riquadro di seta sargia, appartenente al tesoro del Sancta Sanctorum al Laterano in Roma, risalente al sesto secolo. Si andava affermando la rappresentazione del faber lignarius, “un tipo carico di realismo, e perciò coerente con lo spirito della società occidentale:  la quale, come ad esempio preferì vedere il martire non nella ieratica trascendenza dell’arte orientale, ma nella realtà della sua sofferenza e conseguentemente lo raffigurò con gli strumenti della sua passione, allo stesso modo volle vedere Giuseppe in una dimensione tutta umana:  uomo dunque tra gli uomini, non diverso dagli altri solo perché eletto a rendere testimonianza del grande avvenimento dell’incarnazione”. Nel medioevo, con la fioritura delle sacre rappresentazioni, spettacolo di piazza edificante, Giuseppe presenta i tratti del padre operoso e accogliente: sistema la paglia, giaciglio di fortuna nella povera stalla, dove il Bambino giace come ostia di splendente candore, nell’oscurità della grotta. E porta fascine, accoglie i pastori offerenti, esprimendosi nel linguaggio umano dei sentimenti. Il rinascimento, poi, vede affermarsi nuove figurazioni, ispirate alle Rivelazioni di santa Brigida: Giuseppe va in cerca di un lume, di fuoco, di cibo. La sua immagine si arricchisce di aspetti, gesti e motivi, tratti dalla quotidianità, assumendo sempre più un profilo realistico e attualizzato. Mentre fino al rinascimento Giuseppe veniva raffigurato all’interno del ciclo dell’infanzia, e mai isolatamente, l’affermarsi del culto, nel corso del quindicesimo secolo, determinò tipologie innovative che ne accentuavano il ruolo di padre putativo, educatore, intercessore e patrono. Ciò si deve, innanzitutto, all’azione degli ordini mendicanti, promotori di una pietà più vicina alla sensibilità dei fedeli:  in Italia san Bernardino da Feltre e san Bernardino da Siena contribuirono alla diffusione del culto, sollecitandone la raffigurazione in sembianze di età matura, e non senile come d’uso; il prestigioso teologo francese Giovanni Gerson ne promosse la devozione, da esprimersi concretamente nella festa dello Sposalizio di Maria e Giuseppe. L’introduzione ufficiale del culto è legata alla figura di Sisto IV (1471-1484):  il testo non ci è pervenuto, ma la sua promulgazione è sicura, poiché il Breviario romano, pubblicato a Venezia nel 1479, offre per la prima volta, al 19 marzo, la festa del santo. Gregorio XV, nel 1621, ne decretò la festa, tra quelle comandate; a partire da questa data, si registra un impulso particolare della produzione artistica, dovuto soprattutto alla committenza di gruppi laicali, confraternite, compagnie d’arti e mestieri, istituti religiosi, che ne invocavano il patrocinio, e vollero dotarsi di opere d’arte rappresentative. È di questo periodo una molteplicità di realizzazioni: cicli pittorici, pale d’altare destinate alla decorazione di omonime cappelle, statue, incisioni, reliquiari, medaglie. Per quanto riguarda, specificamente, l’attività artigianale, la prima scena di lavoro che vede Giuseppe intento al banco di falegname, è quella riferita al miracolo dell’asse allungata, di derivazione apocrifa. Si narra come il falegname, trovandosi alle prese con un’asse dalla lunghezza non corrispondente a quanto ordinatogli, trovasse aiuto nel bambino Gesù, che prodigiosamente intervenne dicendogli di tirare insieme l’asse, allungata come occorreva: la scena è narrata nell’Evangelica Historia, opera trecentesca di ambito lombardo: “Quando Gesù aveva otto anni, Giuseppe faceva il falegname e lavorava col legno. Un giorno un uomo ricco lo pregò dicendo: signor Giuseppe, vi prego che mi facciate un letto ottimo e bello, e gli fornì il legno per l’opera. Giuseppe preso il legno cominciò a misurarlo: non andava bene però per fare quel mobile, perché l’aveva tagliato (male). Si angustiava Giuseppe, perché non riusciva a fare come voleva. Il fanciullo Gesù vedendo Giuseppe rattristarsi, gli disse: non angustiarti, ma prendi il legno da un capo e io lo prenderò dall’altro, e lo tirerò quanto possiamo. Fatto questo, Giuseppe si accinse di nuovo a misurare il legno e lo trovò ottimo per quel lavoro. Visto quello che aveva fatto Gesù, Giuseppe lo abbracciò dicendo: “Sono felice che Dio mi ha dato un tale fanciullo””. L’episodio venne a lungo tramandato, divenendo parte integrante della tradizione orale. Ma la scena di lavoro più largamente rappresentata, fu la Sacra Famiglia nella bottega, i cui primi esemplari si ebbero all’inizio del sedicesimo secolo – Albrecht Durer (1471-1528), Luca Cambiaso (1527-1585), Federico Barocci (1535-1612), Bartolomeo Schedoni (1578ca-1615). Questa iconografia intendeva descrivere la vita quotidiana a Nazaret, secondo il gusto per il naturalismo e lo stile descrittivo invalso nell’arte sacra. 
Lo schema figurativo presenta Maria, intenta a cucire o filare, Giuseppe falegname al suo banco da lavoro, alle prese con l’accetta, la sega, o la pialla, contornato dagli attrezzi e dalle travi – generalmente tre – e Gesù operoso, impegnato nell’apprendistato, o nelle piccole incombenze domestiche. Nel periodo della riforma cattolica si dedicò particolare attenzione alle immagini, quale tramite per richiamare ideali di operosità; e soprattutto con l’istituzione della festa liturgica nel 1621, il tipo iconografico del santo falegname conobbe una speciale fioritura, e venne arricchito di elementi simbologici, funzionali agli intenti catechetici di cui l’arte doveva farsi interprete. All’interno del contesto narrativo della Sacra Famiglia, intessuto di aspetti leggendari e dottrinali, troveranno spazio elementi che esplicitano il presagio della Passione, innanzitutto nel motivo iconografico della croce, presente in modo figurato o in via di realizzazione; inoltre, il tema è richiamato dagli strumenti da lavoro, che alludono significativamente agli strumenti della Passione, e ancora, è rievocato dai simboli eucaristici. Gli strumenti, la croce, i simboli, richiamano così alla mente dell’osservatore non solo il mestiere compiuto dal padre e dal figlio, ma soprattutto il progetto salvifico che quegli strumenti avrebbero portato a compimento. Assumevano, dunque, una valenza simbolica archetipica, tale da potersi riproporre in altre scene del ciclo santorale, al di fuori del proprio contesto narrativo:  figurano infatti nelle scene del Sogno, come si vede nella maiolica settecentesca di Monticchio – sita nel chiostro del monastero del Santissimo Rosario di Monticchio a Massa Lubrense (Napoli) – o nella Natività della Chiesa di san Francesco a Camerano (Ancona), o in varie raffigurazioni del Transito. L’iconografia della Sacra Famiglia nella bottega del falegname, dunque, si fa portatrice di temi e motivi profondi e significativi, a partire dal diciassettesimo secolo, improntando figurazioni nuove, pur attingendo al repertorio iconografico tradizionale. La spiritualità della riforma cattolica portò infatti all’innovazione dei moduli consueti, e altri ne determinò. Questo il processo riscontrabile nelle seguenti figurazioni. In primo luogo si propone la raffigurazione dell’Oratorio del Binengo di Sergnano (Cremona):  opera di fattura popolaresca, dall’impianto figurativo essenziale, mostra un originale motivo iconografico sullo sfondo, una torre, simbolo mariologico, da cui provengono gli angeli recanti le travi. Mentre Giuseppe pialla, Maria cuce, e Gesù adolescente spazza; si legge, nella Mistica Città di Dio di suor Maria de Agreda (1717), come nella vita familiare Maria e Gesù riordinano e riassettano l’ambiente di lavoro . Più ricercata l’impostazione della Sacra Famiglia attribuita a Giulio Clovio (1498-1598), pergamena dipinta della Fondazione Querini-Stampalia (Venezia): un fitto pergolato sovrasta la scena, in cui campeggia il Bambino, in candida veste, che trattiene un fiore allusivo alla futura Passione. Giuseppe lavora al bancone, mentre gli angeli dispongono il legno, in piccoli pezzi. Nel cesto di Maria, la veste azzurra che richiama la divinità, la natura divina che Cristo assumerà. Vari dettagli simbologici richiamano la nostra attenzione: i legni tra le mani dell’angelo chinato, dall’apparenza di canne spezzate, sono tre, come tre quelli nel cesto, di cui uno, ricurvo, descrive una croce sovrapponendosi all’ultimo legnetto. La canna raffigurata, sembra richiamare il momento delle battiture inflitte al Cristo nel Pretorio, così come l’uva del pergolato richiama il sangue versato per la Redenzione degli uomini. Ancora, i tre vasi di fiori si differenziano per il loro contenuto: quello accanto a Giuseppe è spoglio, mentre quello più prossimo al Bambino è fiorito e rigoglioso; in lontananza, il giardino circoscritto da mura rievoca il tema dell’Hortus Conclusus. Ancora più esplicito il riferimento eucaristico nella Sacra Famiglia di Jan Soens (1547ca-1610-11), in cui campeggia una vite avviluppata al tronco centrale, il cui frutto maturo viene offerto da un angelo che si fa incontro all’osservatore; il Bambino prende per mano Giuseppe, per volgerlo verso Maria intenta a cucire la veste della Passione. Una linea ideale congiunge il volto di Maria, lungo l’asse visivo della tettoia di paglia, alla figurazione dell’uccellino, che simbolizza il paradiso. E un’altra linea ideale sembra riconnettere lo sguardo della madre, dapprima al figlio, e successivamente alla mano operosa del falegname. Il gioco di sguardi è emblematico nella seicentesca Sacra Famiglia del Maestro di Serrone, oggi nel museo diocesano di Foligno, in cui il Bambino, dall’espressione intensa, sta annodando due legnetti, in foggia di croce, con un filo proveniente dal gomitolo nel cesto, significativamente posato su un libro di piccole dimensioni, che allude alla Scrittura. E accanto, il drappo azzurro che simbolizza il divino. Caratteristica la Sacra Famiglia di Cesare Mariani (1828-1901) – nella chiesa romana di san Giuseppe dei Falegnami – in cui la croce domina la scena, efficace richiamo visivo, insieme alla veste rossa di Gesù, che richiama la Passione. Di particolare valore simbologico, l’opera del pistoiese Giuseppe Catani Chiti, che partecipò al concorso nazionale di Torino per una Sacra Famiglia, nel 1898. Il trittico in cui è inserita la rappresentazione, denota il gusto per la tradizione pittorica senese; il fulcro della composizione risiede nella particolarità del giogo sulle spalle di Gesù, iconografia di ispirazione francescana, presente nella vela dell’obbedienza nella basilica inferiore ad Assisi. L’iscrizione evangelica che appare sul giogo iugum meum suave est, richiama la mite sottomissione del Cristo, quale figlio nella Sacra Famiglia, e con accentuato simbolismo allude all’obbedienza evangelica; Giuseppe trattiene tra le mani una parte dell’aratro in costruzione, di cui l’elemento in primo piano è una componente. Molti i dettagli rivelatori di una profonda cultura scritturistica e simbologica: le lumeggiature radiali, l’arcobaleno, il colorismo delle figurazioni. Il pittore contemporaneo Rodolfo Romano ha realizzato nel 1990 La Famiglia di Nazaret. Qui Giuseppe è il protagonista di primo piano, lavora una croce, dinanzi a una tavola su cui si nota una brocca, del pane, e frutti simbologici: una mela e dell’uva. La stella davidica, distinguibile nella decorazione a parete, richiama la stirpe; il fuoco manifesta lo Spirito. Sul pavimento, la luce della finestra proietta un’ombra a forma di croce; è segno dell’estremo abbassamento. L’insieme dei temi e motivi che l’iconografia ha espresso, riguardo la figura di Giuseppe artigiano, si rispecchiò infine nelle immaginette sacre, in un processo di continuità che attesta, al di là dei limiti spazio-temporali, la persistenza di moduli figurativi di molto anteriori, e la cui lettura, e decifrazione, apre la via a cognizioni di sorprendente valenza culturale. Un santino, particolarmente rappresentativo della tipologia in esame, illustra la Sacra Famiglia nella bottega; qui anche Gesù ha l’abito da lavoro, conformandosi a Giuseppe, che presenta – specie a partire dall’istituzione della festa di Giuseppe patrono del lavoratori, decretata da Papa Leone XIII nel 1889 – l’abito da operaio, non più il saio o l’abito confraternale, di cui era precedentemente rivestito» (STEFANIA COLAFRANCESCHI, in L’Osservatore Romano, 1 maggio 2008),

 

BIBLIOGRAFIA

BENEDETTO XVI, Udienza generale 6-9-2006.
FRANCESCO, Omelia 3-5-2013,
– Omelia 3-5-2016.

PRIMA LETTURA

SETTIMIO CIPRIANI, Le lettere di san Paolo, Cittadella, Città di Castello 1974, pp. 217-220.



COMMENTI

Gesù disse a Tommaso: «Io sono la via, la verità, la vita». Sant’Agostino commenta queste parole di Gesù ricordando a tutti noi che il Cristo, rimanendo presso il Padre, da sempre fu la verità, cioè colui che svela il senso di ogni cosa. Venendo in mezzo a noi, con la sua vita terrena e il suo Vangelo, si è fatto via, per condurre tutti alla vita. Filippo insiste col Signore: vuol vedere il Padre, come quelli, tanti, che hanno la loro idea di Dio e non vogliono compromettersi con la via che Gesù ci ha insegnato. Seguire Lui è mettere in pratica la sua Parola in questa Chiesa che davvero fa presente nel tempo quell’unico corpo di cui Gesù è il capo e noi le membra. Quando acquisti consapevolezza di questa esperienza che ci viene proposta ti accorgi che qualunque cosa chiedi nella preghiera diventa possibile. Il Signore ci fa partecipi della sua missione.




«I discepoli, all’esortazione di non rattristarsi per la partenza del Maestro che lascia loro indicazioni sulla via per raggiungerlo, rispondono che non sanno dove egli va e quindi non possono conoscere la via. Gesù dice loro che la via è lui stesso. È lui che li condurrà al Padre. Filippo, come per afferrare finalmente il discorso, chiede: “Mostraci il Padre e ci basta”. Gesù risponde, accorato, con un rimprovero: “Da tanto tempo sono con voi e non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre”. Penetriamo qui nel cuore del Vangelo e della fede cristiana. Vi è qui anche il nodo di ogni ricerca religiosa. Dio lo incontriamo attraverso Gesù. “Nessuno ha mai visto Dio”, scrive Giovanni nella sua prima lettera (4,12). Ebbene, Gesù ce lo rivela. Se vogliamo vedere il volto di Dio, basta vedere Gesù; se vogliamo conoscere il pensiero di Dio, è sufficiente conoscere il Vangelo; se vogliamo capire il modo d’agire di Dio, dobbiamo osservare il comportamento di Gesù. I discepoli hanno solo questa immagine di Dio: un Dio che fa risorgere i morti, che si fa bambino pur di starci accanto, che piange sull’amico morto, che cammina per le vie degli uomini, che si ferma, che guarisce e che si appassiona per tutti. È davvero il Padre di tutti e particolarmente dei più deboli» (VINCENZO PAGLIA, 13-5-2006).

Paolo VI, Omelia, 13-5-1967.

Giovanni Paolo II, Omelia 13-5-1982.

         Omelia 13-5-2000, in La traccia 2000, 407-411.

         Udienza generale 17-5-2000, in La traccia 2000, 419-420.

Francesco, Interventi vari, 13-5-2017.

 

Congregazione per la Dottrina della Fede, Il Messaggio di Fatima, 2000.

 

Incontro di S. E. mons. Tarcisio Bertone con Suor Maria Lucia de Jesus e do Coracao Imaculado (convento di Coimbra, 17-11-2001), in L’Osservatore Romano, 21-12-2001, p. 4; in Bollettino diocesano 79 (2001) 746-748.

Il messaggio di Fatima, in La Civiltà Cattolica 151 (2000), 3, pp. 163-179.

I dialoghi tra suor Lucia e l’inviato del Papa, in Vita pastorale 95 (2007) 8/9, pp. 80-82.

Carmelo di Coimbra, Un cammino sotto lo sguardo di Maria. Biografia di suor Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, Edizioni OCD, Roma 2018.

Bertone Tarcisio – De Carli Giuseppe, L’ultima veggente di Fatima. i miei colloqui con suor Lucia, Rai Eri Rizzoli, Milano 2007.

De Fiores Stefano, Lucia ultima veggente di Fatima nella testimonianza del card. Bertone, in L’Osservatore Romano, 6-6, 2007, p. 5.

Felici Icilio, Fatima, Paoline, 1992.

Gonzaga da Fonseca Luigi, Le meraviglie di Fatima, Paoline, Roma 1977.

Molinari Paolo, I bambini di Fatima, in La Civiltà Cattolica 151 (2000), 2, 254-262.

Ratzinger Joseph, Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio. In colloquio con Peter Seewald, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 280-283.

Rodari Paolo – Tornielli Andrea, Attacco a Ratzinger, Piemme, Milano 2010, pp. 264-280.

Benedetto XVI, Udienza generale, 18-10-2006.

  • Omelia 14-5-2010.

Francesco, Omelia, 14-5-2013.

  • Omelia, 14-5-2018.

 

 

Eletto nuovo dodicesimo

«”Ne fece 12″: 12 era il numero simbolico di Israele, il numero dei figli di Giacobbe. Da loro derivavano le 12 tribù di Israele, delle quali però dopo l’esilio era rimasta praticamente solo la tribù di Giuda. Così il numero 12 è un ritorno alle origini di Israele, ma allo stesso tempo simbolo di speranza; viene ristabilito l’intero Israele, vengono radunate nuovamente le 12 tribù». (Benedetto XVI). Il primo atto pubblico della comunità cristiana dopo l’ascensione del Signore è un’elezione. Alle 120 persone presenti, Pietro spiega che, per ricostituire il numero dei 12, bisogna sostituire nel ministero apostolico Giuda il traditore. Enuncia inoltre i criteri per poter essere ammessi all’elezione. I candidati devono aver accompagnato Gesù dall’inizio della vita pubblica fino all’Ascensione. Soprattutto devono essere testimoni della resurrezione. Solo due discepoli presentano questi requisiti: Giuseppe detto Barsabba e Mattia. Poi la comunità si rivolge al Signore risorto chiedendogli di indicare il prescelto mediante la sorte. Gli operai della messe devono sempre essere chiesti a Dio e da Lui scelti. L’usanza della sorte ci riporta all’origine di Israele e dice che la comunità cristiana è la continuazione dell’Israele fedele, è il popolo di Dio del futuro. Come sappiamo la sorte cade su Mattia che viene associato agli apostoli. Non sappiamo altro di lui. La sua funzione si esaurisce nel compito di ricostituire in pienezza il collegio degli apostoli, fondamento della Chiesa. Secondo la tradizione, predicò il Vangelo in Etiopia dove morì martire, probabilmente decapitato. Per questo viene raffigurato con la scure ed è patrono dei macellai e dei falegnami.

BIBLIOGRAFIA

FRANCESCO, omelia, 21-5-2018.


Decreto della
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla
celebrazione della beata Vergine Maria Madre della Chiesa nel Calendario Romano
Generale, 03.03.2018

 

CONGREGATIO DE
CULTO DIVINO ET DISCIPLINA SACRAMENTORUM

DECRETO
sulla celebrazione
della beata Vergine Maria
Madre della Chiesa
nel Calendario Romano Generale

La gioiosa venerazione riservata alla Madre di Dio
dalla Chiesa contemporanea, alla luce della riflessione sul mistero di Cristo e
sulla sua propria natura, non poteva dimenticare quella figura di Donna (cf.
Gal 4, 4), la Vergine Maria, che è Madre di Cristo e insieme Madre della
Chiesa.

Ciò era già in qualche modo presente nel sentire
ecclesiale a partire dalle parole premonitrici di sant’Agostino e di san Leone
Magno. Il primo, infatti, dice che Maria è madre delle membra di Cristo, perché
ha cooperato con la sua carità alla rinascita dei fedeli nella Chiesa; l’altro
poi, quando dice che la nascita del Capo è anche la nascita del Corpo, indica
che Maria è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra
del suo corpo mistico, cioè della Chiesa. Queste considerazioni derivano dalla
divina maternità di Maria e dalla sua intima unione all’opera del Redentore,
culminata nell’ora della croce.

La Madre infatti, che stava presso la croce (cf. Gv
19, 25), accettò il testamento di amore del Figlio suo ed accolse tutti gli
uomini, impersonati dal discepolo amato, come figli da rigenerare alla vita
divina, divenendo amorosa nutrice della Chiesa che Cristo in croce, emettendo
lo Spirito, ha generato. A sua volta, nel discepolo amato, Cristo elesse tutti
i discepoli come vicari del suo amore verso la Madre, affidandola loro affinché
con affetto filiale la accogliessero.

Premurosa guida della Chiesa nascente, Maria iniziò
pertanto la propria missione materna già nel cenacolo, pregando con gli
Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo (cf. At 1, 14). In questo
sentire, nel corso dei secoli, la pietà cristiana ha onorato Maria con i
titoli, in qualche modo equivalenti, di Madre dei discepoli, dei fedeli, dei
credenti, di tutti coloro che rinascono in Cristo e anche di “Madre della
Chiesa”, come appare in testi di autori spirituali e pure del magistero di
Benedetto XIV e Leone XIII.

Da ciò chiaramente risulta su quale fondamento il
beato papa Paolo VI, il 21 novembre 1964, a conclusione della terza Sessione
del Concilio Vaticano II, dichiarò la beata Vergine Maria «Madre della Chiesa,
cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei Pastori, che la chiamano
Madre amantissima», e stabilì che «l’intero popolo cristiano rendesse sempre
più onore alla Madre di Dio con questo soavissimo nome».

La Sede Apostolica pertanto, in occasione dell’Anno
Santo della Riconciliazione (1975), propose una messa votiva in onore della beata Maria Madre della Chiesa,
successivamente inserita nel Messale Romano
; diede anche
facoltà di aggiungere l’invocazione di questo titolo nelle Litanie Lauretane
(1980) e pubblicò altri formulari nella raccolta di messe della beata Vergine
Maria (1986); ad alcune nazioni, diocesi e famiglie religiose che ne facevano
richiesta, concesse di aggiungere questa celebrazione nel loro Calendario
particolare.

Il Sommo Pontefice Francesco, considerando
attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la
crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei
fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria
della beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, sia iscritta nel Calendario
Romano nel Lunedì dopo Pentecoste e celebrata ogni anno.

Questa celebrazione ci aiuterà a ricordare che la
vita cristiana, per crescere, deve essere ancorata al mistero della Croce,
all’oblazione di Cristo nel convito eucaristico, alla Vergine offerente, Madre
del Redentore e dei redenti.

Tale memoria dovrà quindi apparire in tutti i
Calendari e Libri liturgici per la celebrazione della Messa e della Liturgia
delle Ore; i relativi testi liturgici sono allegati a questo decreto e le loro
traduzioni, approvate dalle Conferenze Episcopali, saranno pubblicate dopo la
conferma di questo Dicastero.

Dove la celebrazione della beata Vergine Maria, Madre
della Chiesa, a norma del diritto particolare approvato, già si celebra in un
giorno diverso con un grado liturgico più elevato, anche in futuro può essere
celebrata nel medesimo modo.

Nonostante qualsiasi cosa in contrario.

Dalla sede della Congregazione per il Culto Divino e
la Disciplina dei Sacramenti, 11 febbraio 2018, memoria della beata Maria
Vergine di Lourdes.

Robert Card.
Sarah
Prefetto

+ Arthur Roche
Arcivescovo Segretario

 

 

 

A seguito dell’iscrizione nel Calendario Romano della memoria
obbligatoria della beata Vergine Maria Madre della Chiesa, che tutti devono
celebrare già quest’anno il lunedì dopo Pentecoste, è sembrato opportuno
offrire le seguenti indicazioni. La rubrica che si legge nel Messale Romano
dopo i formulari della Messa di Pentecoste: «Nei luoghi dove, per consuetudine,
i fedeli partecipano numerosi alla Messa del lunedì e del martedì di Pentecoste,
si riprende la Messa della domenica di Pentecoste o si dice una “Messa votiva”
dello Spirito Santo» (Messale Romano, p. 243), vale ancora poiché non deroga
alla precedenza tra i giorni liturgici che, in quanto alla loro celebrazione,
sono regolati unicamente dalla Tabella dei giorni liturgici (cf. Norme generali
per l’ordinamento dell’Anno liturgico e del Calendario, n. 59). Similmente la
precedenza è ordinata dalla normativa sulle Messe votive: «Missæ votivæ per se
prohibentur in diebus quibus occurrit memoria obligatoria aut feria Adventus
usque ad diem 16 decembris, feria temporis Nativitatis a die 2 ianuarii, et
temporis paschalis post octavam Paschatis. Si tamen utilitas pastoralis id
postulet, in celebratione cum populo adhiberi potest Missa votiva huic
utilitati respondens, de iudicio rectoris ecclesiæ vel ipsius sacerdotis
celebrantis» (Missale Romanum, p. 1156; cf. Ordinamento generale del Messale
Romano, n. 376). Tuttavia, a parità di importanza, è da preferire la memoria
obbligatoria della beata Vergine Maria Madre della Chiesa, i cui testi sono
annessi al Decreto, con le letture indicate, da ritenere proprie, poiché
illuminano il mistero della Maternità spirituale. In una futura edizione
dell’Ordo lectionum Missae n. 572 bis la rubrica indicherà espressamente che le
letture sono proprie e pertanto, sebbene si tratti di memoria, sono da adottare
al posto delle letture del giorno corrente (cf. Lezionario, Introduzione, n.
83). Nel caso di coincidenza di questa memoria con un’altra memoria si seguono
i principi delle norme generali per l’Anno liturgico e il Calendario (cf.
Tabella dei giorni liturgici, n. 60). Essendo poi la memoria della beata
Vergine Maria Madre della Chiesa legata alla Pentecoste, come similmente la
memoria del Cuore Immacolato della beata Vergine Maria è congiunta alla
celebrazione del Sacratissimo Cuore di Gesù, in caso di coincidenza con altra
memoria di un Santo o di un Beato, secondo la tradizione liturgica della
preminenza tra le persone, prevale la memoria della beata Vergine Maria.

Il 21 novembre 1964, a conclusione della terza
Sessione del Concilio Vaticano II, dichiarò la beata Vergine Maria «Madre della
Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei Pastori,
che la chiamano Madre amantissima». La Sede Apostolica pertanto, in occasione
dell’Anno Santo della Riconciliazione (1975), propose una messa votiva in onore
della beata Maria Madre della Chiesa, successivamente inserita nel Messale
Romano; diede anche facoltà di aggiungere l’invocazione di questo titolo nelle
Litanie Lauretane (1980). Papa Francesco, considerando attentamente quanto la
promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno
della Chiesa, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito nel 2018 che
la memoria della beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, sia celebrata dal
Calendario Romano nel Lunedì dopo Pentecoste

LEONE XIII, Lettera Apostolica Umbria gloriosa sanctorum parens.
GIOVANNI PAOLO II, Lettera, 10-2-1982.
– Discorso 20-5-2000.
CUOMO FRANCO, Santa Rita degli impossibili, Piemme.
SICCARDI CRISTINA, Santa Rita da Cascia e il suo tempo, San Paolo 2004.

«“Auxilium Christianorum”; ‘Aiuto dei Cristiani’, è il bel titolo che è stato dato alla Vergine Maria
in ogni tempo e così viene invocata anche nelle litanie a Lei dedicate dette anche Lauretane perché
recitate inizialmente a Loreto.
Sulle virtù, la vita, la predestinazione, la maternità, la mediazione, l’intercessione, la verginità,
l’immacolato concepimento, i dolori sofferti, l’assunzione di Maria, sono stati scritti migliaia di
volumi, tenuti vari Concili, proclamati dogmi di fede, al punto che è sorta un’autentica scienza
teologica: la Mariologia.
E sempre è stata ribadita la presenza mediatrice e soccorritrice della Madonna per chi la invoca, a
lei fummo affidati come figli da Gesù sulla Croce e a noi umanità è stata indicata come madre, nella
persona di Giovanni apostolo, anch’egli ai piedi della Croce.
Ma la grande occasione dell’utilizzo ufficiale del titolo “Auxilium Christianorum” si ebbe con
l’invocazione del grande papa mariano e domenicano san Pio V (1566-1572), che le affidò le
armate ed i destini dell’Occidente e della Cristianità, minacciati da secoli dai turchi arrivati fino a
Vienna, e che nella grande battaglia navale di Lepanto (1571) affrontarono e vinsero la flotta
musulmana.
Il papa istituì per questa gloriosa e definitiva vittoria, la festa del S. Rosario, ma la riconoscente
invocazione alla celeste Protettrice come “Auxilium Christianorum”, non sembra doversi attribuire
direttamente al papa, come venne poi detto, ma ai reduci vittoriosi che ritornando dalla battaglia,
passarono per Loreto a ringraziare la Madonna; lo stendardo della flotta invece, fu inviato nella
chiesa dedicata a Maria a Gaeta dove è ancora conservato.
Il grido di gioia del popolo cristiano si perpetuò in questa invocazione; il Senato veneziano fece
scrivere sotto il grande quadro commemorativo della battaglia di Lepanto, nel Palazzo Ducale: “Né
potenza, né armi, né condottieri ci hanno condotto alla vittoria, ma Maria del Rosario” e così a
fianco agli antichi titoli di ‘Consolatrix afflictorum’ (Consolatrice degli afflitti) e ‘Refugium
peccatorum’ (Rifugio dei peccatori), si aggiunse per il popolo e per la Chiesa ‘Auxilium
Christianorum (Aiuto dei cristiani).
Il culto pur continuando nei secoli successivi, ebbe degli alti e bassi, finché nell’Ottocento due
grandi figure della santità cattolica, per strade diverse, ravvivarono la devozione per la Madonna del
Rosario con il beato Bartolo Longo a Pompei e per la Madonna Ausiliatrice con s. Giovanni Bosco
a Torino.
Il grande educatore ed innovatore torinese, pose la sua opera di sacerdote e fondatore sin dall’inizio,
sotto la protezione e l’aiuto di Maria Ausiliatrice, a cui si rivolgeva per ogni necessità, specie
quando le cose andavano per le lunghe e s’ingarbugliavano; a Lei diceva: "E allora incominciamo a
fare qualcosa?". S. Giovanni Bosco, nato il 16 agosto 1815 presso Castelnuovo d’Asti e ordinato
sacerdote nel 1841, fu il più grande devoto e propagatore del culto a Maria Ausiliatrice, la cui festa
era stata istituita sotto questo titolo e posta al 24 maggio, qualche decennio prima, dal papa Pio VII
il 24 maggio 1815, in ringraziamento a Maria per la sua liberazione dalla ormai quinquennale
prigionia napoleonica.
Il grande sacerdote, apostolo della gioventù, fece erigere in soli tre anni nel 1868, la basilica di
Maria Ausiliatrice nella cittadella salesiana di Valdocco – Torino; sotto la Sua materna protezione
pose gli Istituti religiosi da lui fondati e ormai sparsi in tutto il mondo: la Congregazione di S.
Francesco di Sales, sacerdoti chiamati normalmente ‘Salesiani di don Bosco’; le ‘Figlie di Maria
Ausiliatrice’ suore fondate con la collaborazione di s. Maria Domenica Mazzarello e per ultimi i
‘Cooperatori Salesiani’ per laici e sacerdoti che intendono vivere lo spirito di ‘Don Bosco’, come è
generalmente chiamato.

Le Congregazioni sono così numerose, che si vede con gratitudine la benevola protezione di Maria
Ausiliatrice nella diffusione di tante opere assistenziali ed a favore della gioventù.
Ormai la Madonna Ausiliatrice è divenuta la ‘Madonna di Don Bosco’ essa è inscindibile dalla
grande Famiglia Salesiana, che ha dato alla Chiesa una schiera di santi, beati, venerabili e servi di
Dio; tutti figli che si sono affidati all’aiuto della più dolce e potente delle madri.
Interi Continenti e Nazioni hanno Maria Ausiliatrice come celeste Patrona: l’Australia cattolica dal
1844, la Cina dal 1924, l’Argentina dal 1949, la Polonia fin dai primi decenni del 1800,
diffusissima e antica è la devozione nei Paesi dell’Est Europeo.
Nella bella basilica torinese a Lei intitolata, dove il suo devoto figlio s. Giovanni Bosco e altre
figure sante salesiane sono tumulate, vi è il bellissimo e maestoso quadro, fatto eseguire dallo stesso
fondatore, che rappresenta la Madonna Ausiliatrice che con lo scettro del comando e con il
Bambino in braccio, è circondata dagli Apostoli ed Evangelisti ed è sospesa su una nuvola, sullo
sfondo a terra, il Santuario e l’Oratorio come appariva nel 1868, anno dell’esecuzione dell’opera del
pittore Tommaso Lorenzone.
Il significato dell’intero quadro è chiarissimo; come Maria era presente insieme agli apostoli a
Gerusalemme durante la Pentecoste, quindi all’inizio dell’attività della Chiesa, così ancora Lei sta a
protezione e guida della Chiesa nei secoli, gli apostoli rappresentano il papa ed i vescovi.
Maria è la “Madre della Chiesa”; Ausiliatrice del popolo cristiano nella sua continua lotta per la
diffusione del Regno di Dio» (ANTONIO BORRELLI).

BIBLIOGRAFIA

GIOVANNI PAOLO II, Omelia, Salerno 26 maggio 1985
– Incontro con i giovani, Salerno 26 maggio 1985
– Incontro con i sacerdoti, i religiosi e le persone consacrate, Salerno 26 maggio 1985.

Bihlmeyer Karl – Tuechle Hermann, Storia della Chiesa Vol. II: Il medioevo, Morcelliana, Brescia 1979.

Biondi Angelo, Ildebrando da Soana Papa Gregorio VII. Dal più autorevole dei maremmani una svolta nella storia della Chiesa, Scipioni, 2001.

Cantarella Glauco M., Gregorio VII. Il Papa che in soli dodici anni rivoluzionò la Chiesa e il mondo occidentale, Salerno Editrice, 2018.

FLICHE AUGUSTINE, Storia della Chiesa. Vol. VIII. La riforma gregoriana e la riconquista cristiana (1057-1123), San Paolo, pp. 75-223.

Tessore Dag, Gregorio VII: Il monaco, l’uomo politico, il santo, Città Nuova, Roma 2003.

Santangelo Paolo E., Gregorio VII e il suo secolo, Garzanti Libri, 1945.

 

ARTICOLI VARI

ARTICOLI SU SAN GREGORIO VII

 

BIBLIOGRAFIA

 

Francesco, Omelia, visita alla parrocchia romana dei Santi Elisabetta e Zaccaria, 26-5-2013.

       Omelia, 31-5-2016.

S. Ambrogio, Commento sul salmo 118. Discorso 12, 12-15

 



COMMENTI

 

«“Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente” (Erri De Luca). Quando raccontava la sua conversione Chateaubriand, nella sua opera più celebre, Il genio del cristianesimo (1802), usava semplicemente due verbi: j’ai pleuré et j’ai cru, “ho pianto e ho creduto”. Certo, c’è la via di Damasco per san Paolo e per molti; ma questa epifania folgorante dev’essere solo un inizio, altrimenti si trasforma in un mero evento spettacolare o taumaturgico. Ha, quindi, ragione Erri De Luca, uno scrittore ben noto ai lettori di questo giornale che non di rado ha ospitato alcuni suoi testi, quando definisce l’autentico credente. Emblematico è appunto il participio presente che incarna una continuità e non un atto singolo. Quando Elisabetta saluta Maria, la madre di Gesù venuta in visita nella sua casa, la interpella così: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Luca 1,45). Ebbene, se noi esaminiamo l’originale greco, scopriamo un participio che indica uno stato permanente «Beata la credente!». L’odierna festa liturgica della Visitazione contiene, allora, al suo interno anche questo messaggio: credere non è tanto un atto eroico ed eccezionale, compiuto una volta per sempre; è, invece, una scelta quotidiana, coi colori dell’ordinario e persino della paziente fedeltà. Ne sa appunto qualcosa Maria che deve seguire suo figlio prima nel grigiore dei giorni nascosti e sempre uguali di Nazaret e poi in mezzo alla folla che lo segue, fino a raggiungerlo sulla vetta della prova e del distacco, nell’addio struggente del Calvario. Maria è credente nel cuore e nelle opere anche quando s’inerpica verso la casa di Elisabetta per esserle accanto, mentre la parente compie la gestazione faticosa del figlio Giovanni» (Gianfranco Ravasi, Mattutino. Participio presente, 31-5-2011).

 

 

 

Elisabetta, appena Maria giunge nella sua casa, la saluta e tesse di lei questo elogio: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore». È la lode più grande che si può fare della Vergine, considerata nella sua condizione di creatura che entra in contatto con Dio. La fede, mediante la quale crede in Dio e si mette in ascolto della sua parola, è la risposta, che, come creatura, dà liberamente al Creatore; il resto in lei è tutto dono di Dio, che l’ha voluta rendere la piena di grazia, per la missione che doveva svolgere di stare accanto al Figlio nell’opera di salvezza dell’umanità. Lo stesso Gesù, indirettamente, tesse di lei lo stesso elogio, quando la donna tra la folla osannò alla sua madre: «Beato il ventre che ti ha portato e il petto che ti ha nutrito». Gesù, senza negare ciò, afferma che sua Madre è grande soprattutto per la fede: «beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». L’evangelista S. Luca commenta così quanto successe a Betlem: «Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2, 19)». È un piccolo ma grande squarcio nell’interiorità della Vergine Maria, che cerca di alimentare la sua vita spirituale con una fede profonda che la mette in intimo colloquio con il suo Dio. È un grande esempio per noi, che impariamo così ad alimentare la nostra devozione mariana con l’imitazione di Maria nella ricerca costante di Dio.

 

 

 

Il mese della devozione dei cristiani a Maria si conclude con la festa liturgica che ricorda la visita della Vergine a santa Elisabetta. L’episodio è narrato dall’evangelista Luca che in questo modo mette in relazione la storia di Giovanni Battista con quella di Gesù, la storia di Elisabetta, l’ultima delle figlie di Israele che attende un figlio in tarda età, con la storia della figlia di Sion del tempo nuovo. L’iniziativa è presa da Maria. Dopo aver pronunciato il suo sì, ella va verso gli alti monti, verso la Giudea. Vengono in mente i viaggi di Abramo quando Dio gli ordina di abbandonare la sua terra, o di salire verso il monte Moira per sacrificare Isacco. Più tardi ci sarà anche questo nella vita di Maria. Ora, invece, la Vergine va con passo lieve di gioia, desiderosa di comunicare il gaudio che porta nel cuore. Giunta da Elisabetta, è preceduta dalla cugina che intuisce di avere davanti a sé la speranza di Israele: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!». E questo riconoscimento è confermato dal fremito di gioia di Giovanni nel grembo della madre. Sorpresa, Maria è costretta a cambiare quello che voleva essere un annuncio in un inno di lode a Dio. È il magnificat, che annuncia il nuovo corso della storia, la fine delle ingiustizie e la nascita di un mondo nuovo. Risuona l’eco delle beatitudini per le quali i poveri, i miti, i sofferenti, in un parola gli imitatori d’ogni tempo di Gesù ringraziano Dio per la sua fedeltà che ha operato tali prodigi. Restano la sofferenza e il dolore, ma sono abbracciati nella gioia cristiana «che dà al cuore un’apertura cattolica sul mondo degli uomini» (Paolo VI).

 

 

BIBLIOGRAFIA

 BENEDETTO XVI, Udienza generale, 31-1-2007.

FONTI

ANTONIO di Padova, I sermoni, ed. Messaggero di Padova.

STUDI VARI

Pio XI, Lett. Ap. Antoniana sollemnia, 1-3-1931.

Pio XII, Lett. Ap. Exulta Lusitania felix, 16-1-1946.

Giovanni Paolo II, Discorso 12-5-1982.

– Omelia 12-9-1982.

– Omelia, 24-1-1993, in La traccia 1993, 65-67.

– Lettera “Ho appreso”. Messaggio per l’VIII centenario della nascita, 13-6-1994.

Benedetto XVI, Udienza generale, 10-2-2010.

Barbariga Rocco, Antonio di Padova (santo), in Borriello Luigi – Caruana Edmondo – Del Genio Maria Rosaria – Suffi N. (a cura di), Dizionario di mistica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pp. 130-132.

Blasucci Antonio, Antonio di Padova (santo), in Dizionario enciclopedico di spiritualità, Città Nuova, Roma 1992, I vol., pp. 171-174.

Caffarra Carlo, Omelia 13 giugno 1997.

  • Omelia 13 giugno 2001.
  • Omelia 13 giugno 2005.

Gamboso Vergilio, Antonio di Padova, ed. Messaggero di Padova.

Pancheri Francesco Saverio, Santo Antonio questo sconosciuto, ed. Messaggero di Padova, 2007.

Rossi Pietro, Il Santo di tutto il mondo, ed. Francescane, Bologna 1995.
https://www.santantonio.org/it

 

BIBLIOGRAFIA

 

S. GIOVANNI PAOLO II, Discorsi a Mantova e a Castiglione delle Stiviere, 22/ 23 giugno 1991, in La traccia 1991, pp. 749-774.

Arledler Giovanni, Il vero Luigi Gonzaga, in La Civiltà Cattolica 169 (2018), I, pp. 585-597

GIACHI G., Il Papa a Mantova e a Castiglione delle Stiviere (22 – 23 giugno 1991), in La Civiltà Cattolica 142 (1991), IV, pp. 67-73.


Martire della carità

I suoi genitori – Ferrante Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere presso Mantova e donna Marta, nata contessa di Santena in Piemonte – si conoscono alla corte di Filippo II e si sposano a Madrid nel 1566. Lui nasce dopo due anni a Castiglione e il padre è fiero del suo primogenito dotato di intelligenza viva e aperta. La vita di corte, tuttavia, alla quale è costretto fin dalla prima infanzia a Castiglione, a Mantova, a Firenze, a Madrid non entusiasma il giovane che, sotto la guida della mamma, coltiva l’ideale di seguire Cristo povero tra i poveri. Di qui la decisione di rifiutare il marchesato. Il padre è contrario, ma si deve arrendere di fronte alla ferma determinazione del figlio che nel novembre del 1585 firma solennemente a Mantova l’atto di rinuncia. Il mese successivo Luigi è già a Roma dove ottiene l’ammissione al noviziato dei gesuiti a sant’Andrea al Quirinale. Negli anni di preparazione ai voti approfondisce le ragioni della sua scelta. Nello spirito di sant’Ignazio, vuole abbandonarsi completamente alla volontà di Dio nel servizio ai poveri, ai sofferenti. Nel 1588 riceve gli ordini minori a San Giovanni in Laterano e l’anno successivo ritorna a casa. Per il piacere di visitare la famiglia, ma soprattutto per mettere pace tra suo fratello e il duca di Mantova. Riesce nell’impresa e lascia dietro di sé grande rimpianto. Nel 1591 a Roma scoppia la peste. Luigi è il primo a offrirsi volontario. Per la sua fragile salute gli consigliano di risparmiarsi, ma quando incontra un appestato abbandonato sulla strada, se lo carica sulle spalle e lo porta all’ospedale. Muore il 21 giugno, martire della carità.

 

Dalla «Lettera alla madre» di san Luigi Gonzaga (Acta SS., giugno, 5, 878)

 

Canterò senza fine le grazie del Signore

Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito Santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovavo ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il coronamento di grandi fatiche e pianto. O illustrissima signora, guardati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo. Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre.

BIBLIOGRAFIA

 

Thomas More, Lettere Scelte, tradotte e commentate da Alberto Castelli, Vita&Pensiero.

 

 

S. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica in forma di Motu proprio per la proclamazione di Tommaso Moro patrono dei governanti e dei politici, 31-10-2000, in La traccia 2000, pp. 1019-1021.

– Discorsi 5-11-2000, in La traccia 2000, pp. 1092-1093.

Benedetto XVI, Discorso alle autorità civili, Londra, 17-9-2010.

 

Cuartero Samperi Miguel, Tommaso Moro. La luce della coscienza, Studium, 2019.

De Rosa Giuseppe, Primato di Dio e della coscienza. Il processo e la morte di Tommaso Moro, in La Civiltà Cattolica 161 (2010), 3, pp.240-249.

Desiato Luca, Un martire della politica, in Vita pastorale 99 (2011) 8, pp. 60-62.

Ganne Elisabeth-Marie, Tommaso Moro. L’uomo completo del Rinascimento, San Paolo, 2003.

Ratzinger Joseph, Coscienza e verità, in Borgonovo Graziano (a cura di), La coscienza, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1996, p. 28.

 




TESTI VARI


Testi vari su san Thomas More da scaricare

 

PIO XI, Enciclica Studiorum ducem, 29-6-1923.

GIOVANNI PAOLO II, Messaggio al Capitolo Generale dei Frati Predicatori, 5-9-1983.
– Alla Società internazionale Tommaso d’Aquino, 28-9-1991.
– Discorso ai professori e alunni dell’Angelicum, 24-11-1994.
– Lettera al Maestro Generale in occasione del Capitolo Generale, 28-6-2001.
BENEDETTO XVI, Udienza generale, 13-1-2010.
– Udienza generale, 3-2-2010.
– Udienza generale, 8-8-2012.
FRANCESCO, Discorso 4-8-2016.
– Lettera 24-5-2021.

ABBRESCIA D., Domenico De Guzmàn, in Dizionario enciclopedico di spiritualità, vol. I, Città Nuova, Roma 1992, pp. 828-831.

Nacque nel 1170 a Caleruega, nella Vecchia Castiglia, dalla nobile famiglia dei Guzmán. Avviato agli studi, compì brillantemente l’intero tirocinio filosofico e teologico, fino a diventare canonico della collegiata del Duomo di Osma, una delle più antiche e prestigiose sedi vescovili di Spagna. Accompagnando il suo vescovo in un viaggio verso le terre del Nord si sentì afferrare dalla vocazione missionaria. Si recò a Roma per chiedere al Papa l’autorizzazione per evangelizzare tribù nordiche, ma il pontefice gli indicò invece il sud della Francia, devastato dall’eresia catara. Domenico cominciò, dunque, a percorrere quelle terre, in umiltà e povertà, come un «solitario pellegrino di Cristo». Gli nacque così l’idea di fondare un Ordine di «frati predicatori» che sapessero unire la «grazia della predicazione» (e quindi lo studio e la scienza) con uno stile di vita povero ed evangelico. Appena alcuni discepoli si raccolsero attorno a lui, li inviò subito nelle principali sedi universitarie d’Europa, persuaso che «il buon grano se resta ammassato marcisce, se viene disseminato fruttifica». Diede ai suoi frati delle Costituzioni che sono ancora oggi considerate un capolavoro di sapienza giuridica. Passò gli ultimi anni di vita, dedito soltanto «o a parlare con Dio o a parlare di Dio». Morì a Bologna, la sera del 6 agosto 1221, a soli 51 anni, stremato dalle fatiche apostoliche. Ai suoi frati che facevano corona attorno al suo giaciglio chiese, in grazia, di poter essere seppellito in chiesa, ma «sotto i loro piedi», certo per umiltà, ma anche per assicurarli che egli li avrebbe «sostenuti» per sempre. Assieme a Francesco d’Assisi, suo contemporaneo, ha segnato di grazia il suo secolo in maniera straordinariamente feconda. Venne proclamato santo nel 1234, tredici anni dopo la morte

 

Edith Stein, dall’ateismo al martirio ad Auschwitz (da Famiglia Cristiana)

STEIN EDITH, La struttura della persona umana, Città Nuova 2001. – Scientia crucis. Studio su san Giovanni della Croce, ed. OCD, Roma 1996.
– La mistica della croce. Scritti spirituali sul senso della vita, Città Nuova, Roma 2007
(Antologia curata da Waltraud Herbstrith).
GIOVANNI PAOLO II, 1-5-1987, in La traccia 1987, pp. 532-536.
– 11-10-1998, in La traccia 1998, pp. 992-995.
– Lettera Spes aedificandi, 1-10-1999 (su Edith Stein, Brigida di Svezia e Caterina da Siena compatrone d’Europa). Il mistero del Natale secondo Edith Stein, in La Civiltà Cattolica 159 (2008) IV, pp. 425-429.
ANCILLI ERMANNO, Stein, Edith, in ANCILLI ERMANNO (a cura di), Dizionario enciclopedico di spiritualità, Città Nuova, Roma 1992, III vol., pp. 2412-2414.
BOSCO TERESIO, Edith Stein = Campioni, LDC.
COSTANTINI ELIO, Edith Stein, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.
MARCHESI GIOVANNI, La scienza della croce in Edith Stein, in La Civiltà Cattolica 151 (2000) I, pp. 130-143.
ROMANO CARLA, La verità è qui. Messaggio di Edith Stein, OCD, Roma 2000.
SALVARANI FRANCESCO, Edith Stein. La grande figlia d’Israele, della Chiesa, del Carmelo, Ares, Milano 2009.
TILLIETTE XAVIER, Elogio di Edith Stein, beata suor Teresia Benedicta della Croce, in La Civiltà Cattolica 139 (1988) III, pp. 40-51.
VANZAN PIERSANDRO, Edith Stein, figlia d’Israele, della Chiesa, del Carmelo, in La Civiltà Cattolica 139 (2010) II, pp. 349-359.

 

Edith Stein nasce a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo atea. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Ha fama di brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali. Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas. Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena, Compatrona dell’Europa.

 

PIO XII, Costituzione apostolica Munificentissimus Deus, 1-11-1950.
PAOLO VI, Esortazione apostolica Marialis cultus, 2-2-1974, n. 6.
GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Redemptoris Mater 25-3-1987, n. 47.
– Omelia, Lourdes, 15 agosto 1983.
BENEDETTO XVI, Omelia, 15-8-2005.
– Omelia, 15-8-2009.
– Angelus, 16-8-2009
– Omelia e Angelus, 15-8-2011.
– Omelia e Angelus, 15-8-2012
FRANCESCO, omelia 15-8-2013.
– Angelus, 15-8-2015.
– Angelus, 15-8-2016.
– Angelus, 15-8-2018.
– Angelus, 15-8-2019.
– Angelus, 15-8-2020.
– Angelus, 15-8-2021.
– Angelus, 15-8-2022.
– Angelus, 15-8-2023

CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium (21 novembre 1964), n. 68
CAFFARRA CARLO, Omelia, 15-8-2009.
COMASTRI ANGELO, Gridiamo il Vangelo. Omelie sui vangeli festivi. Anno A, Palumbi, Teramo 2022, pp. 428-434.
FERRARO GIUSEPPE, L’Assunzione di Maria in cielo nel 50° della definizione dogmatica, in La Civiltà Cattolica 151 (2000) 4, pp. 225-236.
GALOT JEAN, Assunzione e morte di Maria, in La Civiltà Cattolica 146 (1996), 3, pp. 209-222.
– Maria in cammino verso l’Assunzione, in La Civiltà Cattolica 153 (2002), 3, pp. 211-224.
LEVI VIRGILIO (a cura di), Il Gesù di Paolo VI, Milano 1985, pp. 329-351.
MAGRASSI MARIANO, Lampada per i miei passi è la tua Parola. Commento alle letture e alle orazioni festive, Ecumenica Editrice, Bari 1997, pp. 471-473.
MILITELLO CETTINA, La pasqua di Maria, in Vita pastorale 87 (1999) 8-9, pp. 88-91.
MONTINI GIOVANNI B., Omelia 15-8-1957, in MONTINI GIOVANNI B., Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), ed. Studium, Roma 1997, I vol., pp. 1546-1552.
ID., Omelia 15-8-1961, in MONTINI G.B., Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), ed. Studium, Roma 1997, III vol., pp. 4545-4552
ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 176-178
VANHOYE ALBERT, Le letture bibliche delle domeniche. Anno A, Edizioni AdP, Roma 2016, pp. 340-347.

S. TERESA DI G. B., Opere complete, Libreria Editrice Vaticana – Edizioni O. C D., Roma 1997.
– Preghiere, Edizioni O. C. D., Roma 1996.

MAGISTERO PONTIFICIO
PIO XI, omelia canonizzazione, 17-5-1925.
GIOVANNI PAOLO II, Omelia a Lisieux, 2-6-1980, in La traccia 1980, pp. 479-481.
– Discorso alle contemplative, 2-6-1980, in La traccia 1980, pp. 481-482.
– Messaggio per la XII Giornata mondiale della gioventù, in La traccia 1997, p. 813.
– Recita dell’Angelus, 24-8-1997, in La traccia 1997, p. 844.
– Lettera al card. Poupard, 24-9-1997, in La traccia 1997, p. 942.
– Discorso al Congresso internazionale dei giovani religiosi e religiose, 1°-10-1997 in La traccia 1997, p. 1011.
– Discorso agli aderenti all’A.C.R., in La traccia 1997, n. 3, p. 1074.
– Lettera apostolica Divini amoris scientia,19-10-1997, in La traccia 1997, pp. 1075-1082.
– Omelia, 19-10-1997, in La traccia 1997, pp. 1083-1085.
– Recita dell’Angelus, 19-10-1997, in La traccia 1997, pp. 1085-1086.
– Discorso ai pellegrini della diocesi di Bayeux e Lisieux, 20-10-1997, in La traccia 1997, pp. 1086-1087.
– Discorso alla Congregazione per la Dottrina della fede, 24-10-1997, in La traccia 1997, n. 4, p. 1098.
RATZINGER J. BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, p. 100.
BENEDETTO XVI, Udienza generale, 6-4-2011.
FRANCESCO, Omelia, 6-2-2014.
– Udienza generale, 30-12-2015.
– Angelus, 28-2-2016.
– Udienza generale, 7-6-2023.
– Esortazione apostolica C’est la confiance, 15-10-2023.


TEOLOGIA
CHALON J., Teresa di Lisieux, Piemme.
FROSINI G., Teresa di Lisieux e l’Aldilà, EDB, Bologna 2006.
GORI N., “Ho trovato il mio cielo nella santa Trinità che alberga nel cuore, prigioniera d’amore”, in L’Osservatore Romano 12-8-2006, p. 5 .
GENNARO C., Teresa di Gesù Bambino (santa), in Dizionario enciclopedico di spiritualità, vol. III, Città Nuova, Roma 1992, pp. 2498-2502.
GIOVANNA DELLA CROCE, Teresa di Gesù Bambino (santa), in Dizionario di mistica, Libreria Editrice Vaticana, 1998, pp. 1212-1214.
LUCIANI ALBINO, La gioia, carità squisita, in Illustrissimi. Lettere del Patriarca, Edizioni Messaggero, Padova 1978, pp. 200-208.
MUCCI GIANDOMENICO, Santa Teresa di Gesù Bambino e Dante. Un singolare testo di Giuseppe Capograssi, in La Civiltà Cattolica 147 (1996) 4, pp. 550-557.
– Santa Teresa di Lisieux. La sapienza e il sapere, in La Civiltà Cattolica 149 (1998) I, pp. 542-552.
PANI GIANCARLO, Fragile come tutti, gioiosa come pochi: Santa Teresa di Gesù Bambino, in La Civiltà Cattolica 173 (2022) 4, pp. 595-609.
RATZINGER J., Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio. In colloquio con Peter Seewald, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, p. 97.

NECESSARIA CHIAREZZA SULLA CHIESA

BENEDETTO XVI, Angelus 9-11-2008.
FRANCESCO, omelia, 22-11-2013
– Omelia 9-11-2017
– Omelia 9-11-2018

BENEDETTO XVI, Udienza generale, 24-3-2010.

Alberto Magno Il dottore universale in Avvenire, 15-11-2011

«Sant’Alberto Magno ci ricorda che tra scienza e fede c’è amicizia. E che gli uomini di scienza possono percorrere, attraverso la loro vocazione allo studio della natura, un autentico e affascinante percorso di santità» (Benedetto XVI). Nacque in Germania verso il 1200. Molto giovane venne in Italia per studiare le arti a Padova e forse anche a Bologna e Venezia. Durante il soggiorno nella penisola conobbe i domenicani, dai quali fu inviato a Colonia per la formazione religiosa e per lo studio della teologia. Approdò infine a Parigi dove tenne la cattedra di teologia per tre anni, durante i quali ebbe un allievo d’eccezione: Tommaso d’Aquino. Rimandato dai superiori a Colonia per fondarvi lo studio teologico, portò con sé Tommaso con il quale avviò un progetto molto ambizioso: il commento dell’opera di Dionigi l’Areopagita e degli scritti filosofico-naturali di Aristotele. Alberto vedeva il punto d’incontro di questi due autori nella dottrina dell’anima. Posta da Dio nell’oscurità dell’essere umano (Dionigi), secondo Aristotele l’anima si esprime nella conoscenza e negli aspetti pratici dell’esistenza umana. In questo agire complesso e meraviglioso, essa svela la sua origine divina. Alberto dava così avvio all’orientamento mistico nel suo ordine che sarà sviluppato da maestro Eckhart, mentre la ricerca filosofico-teologica verrà proseguita da san Tommaso. Grande studioso delle scienze naturali, Alberto non rifuggì dagli incarichi pastorali. Fu provinciale dell’ordine domenicano per il nord della Germania, per breve tempo vescovo di Ratisbona, partecipò al concilio di Lione. Il «dottore universale» morì nel 1280.

ANTISERI DARIO, L’Europa di Alberto Magno, in Avvenire. Agora, 12-8-2005, p. 25.
Il nome di Colonia, la città tedesca che la prossima settimana vedrà il primo viaggio all’estero di Papa Ratzinger, è legata al nome di un grande pensatore medievale, Alberto Magno. Discendente dai duchi di Bollstadt, Alberto nacque a Lavingen nella Svevia nel 1193 o, come anche si è sostenuto, nel 1206 o 1207. Durante i suoi studi a Padova ebbe modo di entrare in contatto con il generale dell’Ordine dei Domenicani, Giordano il Sassone. E fu allora che egli decise di farsi domenicano. Negli anni che vanno dal 1228 al 1245 Alberto insegnò in varie comunità tedesche. Maestro di teologia a Parigi dal 1245 al 1248, è qui che ebbe come suo allievo Tommaso d’Aquino. Intanto, nel 1248 veniva fondata l’Università di Colonia e Alberto fu chiamato ad insegnarvi. Il suo allievo Tommaso lo seguì, rimase alla scuola di Alberto per ben quattro anni, mostrando ben presto il suo talento speculativo. Invitato da Alberto ad esporre il proprio punto di vista su una quaestio dibattuta, Tommaso, che per l’atteggiamento riservato e silenzioso era chiamato il bue muto, affrontò il problema con tanta profondità e chiarezza da indurre Alberto ad esclamare: «Questi, che noi chiamiamo bue muto, muggirà così forte da farsi sentire nel mondo intero». Nel 1256 Alberto, per un breve periodo, fu alla corte pontificia di Anagni in qualità di consigliere. Vescovo di Ratisbona per alcuni anni, tornò definitivamente a Colonia nel 1270, dove si spense il 15 novembre del 1280.
Opere teologiche come il Commentario alle sentenze di Pietro Lombardo, la Summa de creaturis e il De unitate intellectus; opere filosofiche quali la Metafisica, il Liber de causis e le parafrasi dell’Etica, della Fisica e della Politica di Aristotele; scritti scientifici Sui vegetali e le piante, Sui minerali e Sugli animali, costituiscono l’imponente documento della grandezza di Alberto , di Alberto Magno, appunto. A proposito delle affermazioni di principio che Alberto Magno formula riguardo l’oggetto e il metodo della scienza naturale, c’è da dire che esse non da oggi sono argomento di seria considerazione da parte degli storici della scienza come C. Singer e E.J. Dijksterhuis.
Tuttavia, la grande rilevanza di Alberto Magno è da rinvenire nella sua opera filosofica e teologica. Difatti, prima di Alberto Magno, la guida della ricerca scolastica, vale a dire dell’ambito dei concetti e delle teorie filosofiche quali strumenti di interpretazione e/o di supporto razionale delle verità rivelate era stato sant’Agostino. E fu così, allora che l’opera di Aristotele, giunta nell’Occidente latino tramite i filosofi arabi e giudei, apparve inizialmente estranea alla tradizione cristiana e venne combattuta con espliciti divieti: nel 1220, nel Concilio provinciale di Parigi, nel 1215 da parte del legato pontificio Roberto di Courçon; nel 1231 Gregorio XI proibì la Fisica e la Metafisica di Aristotele. La situazione, tuttavia, mutò esattamente a opera dell’impegno e del coraggio di Alberto Magno: fu lui, infatti, che introdusse Aristotele nella scolastica latina.
Per lui Aristotele non è un filosofo, è piuttosto il filosofo. Di conseguenza egli è contrario a quanti combattono o meglio «bestemmiano» la filosofia di Aristotele, rigoroso e sommo pensatore per quel che concerne il mondo naturale. Ma se Aristotele è il filosofo, Agostino è il teologo. Se Aristotele è tra i filosofi colui a cui bisogna prestare maggior credito in filosofia, il maggior credito in teologia è da prestare ad Agostino. Aristotele ed Agostino, questi sono, dunque, i principali maestri ai quali Alberto si richiama costantemente e in base ai quali traccia la distinzione tra filosofia e teologia.
Filosofia e teologia sono due scienze specifiche, distinte per principi di conoscenza, l’oggetto di cui trattano e il fine che perseguono. È vero che il filosofo e il teologo si occupano dell’esistenza di Dio, ma da prospettive e con risultati e finalità ben distinti. E almeno cinque sono per Alberto le differenze tra la conoscenza filosofica di Dio e quella teologica: 1) la prima è che nella conoscenza filosofica si procede con la sola ragione; mentre con la fede si va oltre la ragione; 2) la filosofia muove da premesse che devono essere note di per sé, ossia immediatamente evidenti; mentre nella fede c’è un lumen infusum che rifluisce sulla ragione e le apre prospettive altrimenti impensabili; 3) la filosofia parte dall’esperienza di cose create, la fede, invece, parte da Dio rivelante; 4) la ragione non ci dice cosa sia Dio (quid sit); ma la fede, entro certi limiti, ce lo dice; 5) la filosofia è un procedimento puramente teoretico; mentre la fede comporta un processo intellettivo-affettivo, perché coinvolge l’esistenza dell’uomo nell’amore di Dio.
Con Alberto Magno, pertanto, appare con chiarezza per la prima volta, all’interno della scolastica latina, la distinzione tra filosofia e teologia. Suo è il merito di aver dato diritto di cittadinanza ad Aristotele nella filosofia cristiana. Fu Alberto ad aprire quella strada in seguito battuta dal genio metafisico del suo discepolo Tommaso d’Aquino.
Alberto Magno manifesta fiducia nella ragione, ma rifiuta l’idea di onnipotenza della ragione. La ragione è un dono che va coltivato; di essa va fatto un buon uso e non quell’abuso capace solo di popolare la terra di idoli. La ragione può molto ma non tutto. Ci sono problemi – i più importanti per noi – di fronte ai quali l’umana ragione tace. La filosofia non salva. E il senso ultimo della vita è sempre religioso. Dunque: fides et ratio. Da qui risulta chiaro il fatto che Alberto Magno rappresenta un anello fondamentale nella lunga catena dove si sono costruiti i tratti dell’identità europea: fede nella ragione e fede nel messaggio di Gesù Cristo. In realtà, se l’ Europa deve alla Grecia l’idea di razionalità come ragione critica, non fu la Grecia a passare all’Europa i suoi dèi. Il Dio delle popolazioni europee è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, è il Dio di Gesù Cristo. E sempre di più, e sempre più persone, oggi convengono con Thomas S. Eliot per il quale «se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura, e allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie». Ragione critica e messaggio cristiano: radici dell’Europa che hanno trovato in Alberto Magno un grande interprete. Radici da non dimenticare, poiché se esse si seccano, come ha ammonito di recente Benedetto XVI, l’albero muore.

AA. VV., Il culto di Maria oggi, Paoline, Roma 1985, pp. 274-280.
GHARIB GEORGES, Presentazione di Maria, in Nuovo dizionario di Mariologia, Paoline, Milano 1985, pp. 1155-1161.
ZEVINI GIORGIO –  CABRA PIER G. (a cura di), Lectio divina per ogni giorno dell’anno. vol. 17. Proprio dei santi – II (luglio-dicembre), Queriniana, Brescia, pp. 332-337.

BENEDETTO XVI, Udienza generale, 14-6-2006.

FRANCESCO, omelia, 30-11-2018.

Sulla Prima Lettura
CIPRIANI SETTIMIO, Le lettere di san Paolo, Cittadella, Città di Castello 1974, pp. 464-466.
GARGANO INNOCENZO, Lectio divina sulla lettera ai Romani, II vol., EDB, Bologna 2001, pp. 90-103.

PAOLO VI, Omelia, 7-12-1974.
GIOVANNI PAOLO II, Operosam diem, 1-12-1996.
BENEDETTO XVI, Udienza Generale, 24-10-2007.
– Angelus, 6-12-2009.

BIFFI GIACOMO, Casta meretrix. Saggio sull’ecclesiologia di sant’Ambrogio, 30-10-1996, in Liber pastoralis bononiensis, EDB, Bologna 2002, pp. 725-767.
GARZONIO MARCO, Ambrogio. Così Agostino narrò la vita del maestro, Piemme, Casale Monferrato 1997.
MAGRASSI MARIANO, Un pastore esemplare. Ambrogio di Milano, Edizioni La scala, Noci 1992.
MCLYNN NEIL, Ambrogio da Milano, in FITZGERALD ALLAN (ed.), Agostino. Dizionario enciclopedico, Città Nuova, Roma 2007, pp. 168-172.

«“La nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20). Cieli sono coloro nei quali vi è la fede, la gravità, la continenza, la dottrina, una vita celeste. Infatti fu chiamato “terra” colui che rimase avvolto nei lacci della sua prevaricazione per essere decaduto col peccato dalla grazia celeste ed essersi immerso nei vizi terreni. Così, al contrario, chi con la custodia dell’integrità conduce una vita angelica, modera il suo corpo con la sobria continenza, placa il suo animo con tranquillità mite, e con liberale misericordia distribuisce ai poveri il suo denaro, costui è chiamato “cielo”. Vi è dunque anche sulla terra un cielo nel quale possono esservi virtù celesti. Il testo “il cielo è il mio trono” (Is 66,1) penso si possa interpretare per i sentimenti del giusto piuttosto che per un luogo. È cielo colui alla cui anime si accosta Cristo e bussa alla sua porta; se tu gli avrai aperto, egli entra.
E non entra da solo, ma con il Padre, come dice egli stesso: “Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Vedi dunque come il Verbo divino scuote chi è ozioso e sveglia i dormienti. Infatti se uno viene e picchia alla porta, è chiaro che vuole entrare. Ma dipende da noi se non sempre entra, se non sempre rimane. Che la sua porta sia aperta a colui che viene! Apri la tua porta: spalanca l’intimità della tua anima, perché egli veda le ricchezze della semplicità, i tesori della pace, la soavità della grazia. Dilata il tuo cuore, va’ incontro al sole dell’eterna luce che illumina ogni uomo. E in verità quel lume vero risplende per tutti. Ma se qualcuno avrà chiuse le sue finestre, si priverà da sé di quell’eterno splendore.
Se tu dunque chiudi la porta della tua anima, Cristo rimane fuori. Anche se nessuno può impedirgli di entrare non vuole precipitarsi dentro da importuno, non vuole costringere chi non vuole. Nato dalla Vergine, è uscito dal suo grembo risplendendo al mondo intero, perché tutti potessero essere illuminati. Ma lo ricevono coloro che desiderano i raggi del suo splendore eterno, che nessuna notte può offuscare. Infatti, mentre a questo sole che noi vediamo ogni giorno segue una notte tenebrosa, il sole di giustizia non conosce tramonto, perché alla sapienza non può succedere la malizia.
Beato colui alla cui porta batte Cristo! La nostra porta è la fede. Se essa è forte, difende tutta la casa. Per questa porta entra Cristo. Per questo la Chiesa dice nella Cantica: “È il mio diletto che bussa” (Ct 5,2). Senti come batte, senti come desidera entrare: “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia” (ivi). Vi sono dei momenti in cui il Verbo divino bussa più che mai alla tua porta: è quando si degna di visitare quelli che si trovano nella prova e nelle tentazioni, perché, vinti dall’angoscia, non finiscano per soccombere.
Ma se tu dormi e il tuo cuore non veglia, egli se ne va senza neanche bussare. Se invece il tuo cuore veglia, egli bussa e ti chiede di aprirgli la porta. Aprigli dunque, perché vuole entrare e vuol trovare la sposa vigilante» (S. AMBROGIO, Commento sul Salmo 118. Discorso 12, 12-15).

PIO IX, Bolla Ineffabilis Deus, 8-12-1854.

PIO X, Enciclica Ad diem laetissimam, 2-2-1904.

PIO XII, Enciclica Fulgens corona, 8-9-1953.

BENEDETTO XVI, Omelia 8-12-2005.
– Angelus, 8-12-2006.
– Angelus, 8-12-2007
– Discorso, 8-12-2007
– Angelus, 8-12-2008
– Discorso, 8-12-2008
– Angelus, 8-12-2009
– Discorso, 8-12-2009
– Angelus, 8-12-2010
– Discorso, 8-12-2010
– Angelus, 8-12-2011
– Discorso, 8-12-2011
– Angelus, 8-12-2012
– Discorso, 8-12-2012

FRANCESCO, Angelus, 8-12-2013.
– Preghiera, 8-12-2013
– Preghiera, 8-12-2014
– Angelus, 8-12-2016.
– Angelus 8-12-2017.
– Angelus, 8-12-2019.
– Angelus 8-12-2021.

CASTELLANO CERVERA JESÚS, Beata Vergine Maria, in SARTORE DOMENICO – TRIACCA ACHILLE M. – CIBIEN CARLO (a cura di), Liturgia. I dizionari san Paolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 222-223.
DE FIORES STEFANO – SERRA ARISTIDE, Immacolata, in DE FIORES STEFANO –MEO SALVATORE (a cura di), Nuovo Dizionario di Mariologia, San Paolo, Cinisello Balsamo 1986, pp. 611-637.
FAUSTI SILVANO, Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB, Bologna 1999, pp. 28-34.
MONTINI GIOVANNI B., Omelia, 8-12-1958, in MONTINI GIOVANNI B., Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), ed. Studium, Roma 1997, II vol., pp. 2466-2472.
RATZINGER JOSEPH, Creazione e peccato, Milano 1987, pp. 47-59.
ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 21-23.
– Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico B, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023, pp. 18-20.

SUL PECCATO ORIGINALE

DE MAIO MARCELLO, Liberi nella verità. Manuale di teologia morale fondamentale, Brunolibri, Salerno 2022, pp. 476-481.
DE ROSA GIUSEPPE, Una riflessione sul peccato originale, in La Civiltà Cattolica 160 (2009), I, pp. 488-492.
    HERCSIK DONATH, Il peccato originale, una dottrina ancora attuale? in La Civiltà Cattolica 161 (2010) 4 pp.119-132
LADARIA LUIS, Antropologia teologica, Università Gregoriana – Piemme, Roma – Casale Monferrato, 1986, 190-194.
MARTELET GUSTAVE, Libera risposta ad uno scandalo. La colpa originale, la sofferenza e la morte, Queriniana, Brescia 1987.
MARCHESI GIOVANNI, Recensione di MARTELET GUSTAVE, Libera risposta ad uno scandalo. La colpa originale, la sofferenza e la morte, Queriniana, Brescia 1987, in La Civiltà Cattolica 140 (1989), 1, pp. 196-199.
MOSCHETTI STEFANO, La teologia del peccato originale: passato, presente, prospettive, in La Civiltà Cattolica 140 (1989), 1, pp. 245-258 (ivi, ampia bibliografia).
– Una nuova teoria sul peccato originale, in La Civiltà Cattolica 145 (1994), 1, pp. 260-269.
RATZINGER JOSEPH, Creazione e peccato, Paoline, Milano 1987, pp. 47-59.

«Nella Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria – in tempo di Avvento – la Chiesa medita l’Annunciazione. Questo testo è un meraviglioso paradigma di ogni visita del Signore. Mettiamoci alla sua scuola.
Anzitutto l’angelo è “mandato da Dio”. Le cose di Dio partono da Dio. La vita nuova non può partire da noi, la salvezza si accoglie, non si gestisce, non si manipola. Maria è visitata da Dio, e anche noi – tendenzialmente così autoreferenziali – abbiamo bisogno di lasciargli il volante della nostra vita. Non è facile lasciarsi salvare, è più frequente che le persone – anziché fidarsi – continuino a escogitare proprio soluzioni. E spesso sono peggiori dei problemi che dovrebbero risolvere.
Ma l’angelo, da cosa inizia? “Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te”. Come mai una chiamata alla gioia? Perché per dare spazio alla vita nuova bisogna rompere ogni alleanza con la tristezza, con l’infelicità. Va ricordato che oltre i nostri sette peccati capitali, i fratelli cristiano orientali ne enumerano un ottavo che Papa Francesco definisce “una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come il più prezioso degli elisir del demonio” (EG 83).
Sotto sotto la tristezza ci affascina. Il gusto della malinconia e dell’auto-commiserazione. Ma l’angelo dice: “Rallegrati!” e credi alla Grazia. Dio è generoso, credi al bene! Come si può essere salvati se non si crede alla salvezza? Come si può entrare nella gioia se si è affezionati alla malinconia?
A fronte del turbamento di Maria ecco la seconda parola dell’angelo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”. Ecco l’avversario storico della fede: la paura, che detta i tempi delle nostre ansie e fa delle angosce le tiranne del nostro cuore, dei nostri gusti, delle nostre scelte. L’angelo non può che invitare a disobbedire al timore. Come potrà mai un uomo fare opere di vita eterna se è ostaggio della paura? Attenzione però: Gabriele non invita a un esercizio muscolare contro la paura, come una sorta di “machismo” spirituale. Tutt’altro.
Perché non temere? “Perché hai trovato grazia presso Dio”. Nessuno vincerà mai da solo le sue paure più profonde, ma c’è grazia presso Dio e con lui si può disobbedire al timore. Nella paternità di Dio si scioglie ogni nostro terrore.
E l’ultima parola dell’angelo sarà: “Nulla è impossibile a Dio”. Le cose di Dio non sono secondo la nostra debolezza ma secondo la Sua potenza. Perché l’uomo diventa banale? Perché delimita il suo orizzonte alle sue misere forze. Ma nulla è impossibile presso Dio.
 Qual è la risposta di Maria? “Avvenga per me secondo la tua parola!”. Non: “Mi impegno”; non: “Ci penso io”; non: “Visto che mi tocca, mi rassegno”; o altre mediocrità. In greco quel “avvenga” è un ottativo, indica desiderio, auspicio: “Avvenga! Accada proprio come dici!”. Non è adeguamento, ma letizia, desiderio.
Chi inizia a capire il Signore, non vede l’ora che venga. Chi ne ha paura, non Lo conosce» (FABIO ROSINI, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico B, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023, pp. 18-20).

Materiale scaricabile:

Bibliografia:
S.GIOVANNI PAOLO II, Omelia, 4-11-1982.
– Lettera Apostolica Maestro della fede, 14-12-1990.
– Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, p. 155.
BENEDETTO XVI, Udienza generale, 16-2-2011.
ALBANI ANGELO– ASTRUA MASSIMO, La dottrina spirituale di san Giovanni della Croce, Mimep-Docete 2008.
ANCILLI ERMANNO, Giovanni della Croce, in Poupard Paul (a cura di), Grande dizionario delle religioni. Dalla preistoria ad oggi, Piemme, Casale Monferrato 2000, pp. 847-850.
BARRUFFO ANTONIO, La fede in san Giovanni della Croce, in Rassegna di teologia 4/1991.
BERNARD CHARLES A., San Giovanni della Croce: un maestro nella fede per tempi difficili, in La Civiltà Cattolica 142 (1991) IV, pp. 337-349.
COGNET LUIS, La scuola spagnola 1500-1650 = Storia della spiritualità 10, EDB, Bologna 2014, 105-154.
LORENZ ERIKA, San Giovanni della Croce, Piemme.
RAVASI GIANFRANCO, I monti di Dio. Il mistero della montagna tra parola e immagine, san Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 12-13.
RUIZ F., Giovanni della Croce (santo), in ANCILLI ERMANNO (a cura di), Dizionario enciclopedico di spiritualità, Città nuova, Roma 1992, vol. II, pp. 1145-1155.
RUIZ-SALVADOR F., Giovanni della Croce, in ANCILLI ERMANNO – PAPAROZZA MAURIZIO (a cura di), La mistica. Fenomenologia e riflessione teologica, Città Nuova, Roma 1984, vol. I, pp. 547-597.
STEIN EDITH, Scientia crucis. Studio su san Giovanni della Croce, ed. OCD, Roma 1996.


Quale anno di nascita più probabile viene indicato il 1540, a Fontiveros (Avila, Spagna). Rimase ben presto orfano di padre e dovette trasferirsi con la mamma da un luogo all’altro, mentre portava avanti come poteva i suoi studi e cercava di guadagnarsi la vita. A Medina, nel 1563, vestì l’abito dei Carmelitani e dopo l’anno di noviziato ottenne di poter vivere secondo la Regola senza le mitigazioni. Sacerdote nel 1567 dopo gli studi di filosofia e teologia fatti a Salamanca, lo stesso anno si incontrò con S. Teresa di Gesù, la quale da poco aveva ottenuto dal Priore generale Rossi il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perché fossero di aiuto alle
monache da lei istituite. Dopo un altro anno – durante il quale si accordò con la Santa – il 28 novembre 1568 fece parte del primo nucleo di riformati a Duruelo, cambiando il nome di Giovanni di S. Mattia in quello di Giovanni della Croce. Vari furono gli incarichi entro la riforma. Dal 1572 al 1577 fu anche confessore-governatore del monastero dell’Incarnazione di Avila (non della riforma, ma vi era priora S. Teresa, all’inizio). Ed in tale qualità si trovò coinvolto in un increscioso incidente della vita interna del monastero, di cui fu ritenuto in certo modo responsabile: preso, rimase circa otto mesi nel carcere del convento di Toledo, da dove fuggì nell’agosto 1578; in carcere scrisse molte delle sue poesie, che più tardi commentò nelle sue celebri opere. Dopo la vicenda di Toledo, esercitò di nuovo vari incarichi di superiore, sino a che il
Vicario Generale (nel frattempo la riforma aveva ottenuto una certa autonomia) Nicola Doria fece a meno di lui nel 1591. E non fu questa l’unica “prova” negli ultimi tempi della sua vita, per lui che aveva dato tutto alla riforma: sopportò come sanno fare i santi. Morì tra il 13 e il 14
dicembre 1591 a Ubeda: aveva 49 anni. Il suo magistero era fondamentalmente orale; se scrisse, fu perché ripetutamente richiesto. Tema centrale del suo insegnamento che lo ha reso celebre fuori e dentro la chiesa cattolica è l’unione per grazia dell’uomo con Dio, per mezzo
di Gesù Cristo: dal grado più umile al più sublime, in un itinerario che prevede la tappa della via purgativa, illuminativa e unitiva, altrimenti detta dei principianti, proficienti e perfetti. Per arrivare al tutto, che è Dio, occorre che l’uomo dia tutto di sé, non con spirito di schiavitù, bensì di amore. Celebri i suoi aforismi: “Nella sera della tua vita sarai esaminato sull’amore”, e “dove non c’è amore, metti amore e ne ricaverai
amore”. Canonizzato da Benedetto XIII il 27 dicembre 1726, venne proclamato Dottore della Chiesa da Pio XI il 24 agosto 1926.

«Giovanni de Yepes nacque in Spagna, nel paesino di Fontiveros, nel 1542. A 24 anni, appena ordinato sacerdote, ebbe la fortuna di incontrare la grande Teresa d’Avila, che lo convinse a iniziare con lei la riforma del ramo maschile del Carmelo, fondando un piccolo convento a Duruelo, in estrema e dolce povertà. Erano tempi difficili e Giovanni, ingiustamente accusato di disobbedienza, fu imprigionato nel carcere conventuale di Toledo. Ma proprio qui, tra indicibili sofferenze, Dio lo ricolmò di particolari grazie mistiche che egli cercava di esprimere in poesia.
Nascevano così alcuni dei più bei poemi d’amore della lingua spagnola. Le strofe del Cantico espiritual – così simili al biblico Cantico dei cantici – sono quelle più note. Solo con una rischiosa fuga Giovanni riuscì a riconquistare la libertà, ritrovando nell’esperienza sofferta la chiave per esprimere la dottrina che Dio gli aveva dettato dentro: la fuga nella notte alla ricerca dell’Amato, la faticosa salita del Monte per raggiungere la luce e l’amore. Una dottrina con cui, senza nemmeno saperlo, Giovanni rispondeva ai più drammatici interrogativi che Lutero aveva posto alla Chiesa. Divenuto educatore di frati e monache, Giovanni cercò poi ripetutamente di sistematizzare la sua dottrina in trattati spirituali nei quali commentava i suoi stessi poemi: opere che gli meriteranno il titolo di “Dottore della Chiesa”. Sul finire della vita – ancora purificata da incomprensioni e maltrattamenti – Giovanni compose l’ultimo poema sul mistero dell’amore trinitario e l’ultimo commento, la Fiamma d’amor viva, toccando vertici poetici e profondità ineffabili. Morì a Ubeda il 14 dicembre 1591 e fu canonizzato nel 1726» (Sicari Antonio M., Amore senza sbarre, in Avvenire 14-12-2011).

«Lo abbiamo visto ieri: dopo averci fatto sostare presso la mangiatoia di Betlemme, la liturgia ci ha condotto nel sepolcro vuoto di Gerusalemme. Ma tra la mangiatoia e il sepolcro, tra il mistero dell’incarnazione e quello della risurrezione, c’è una tappa intermedia che non può essere saltata, ed è la croce e ciò che rappresenta: la condivisione piena, da parte del Figlio di Dio, della nostra condizione umana, inclusa la morte. Una tappa che ci viene ricordata proprio dalla memoria, che oggi celebriamo, dell’uccisione dei bimbi innocenti di Betlemme ad opera del furore omicida di Erode. C’è un grido grande, un dolore inconsolabile che sale dalla storia umana, come ci ricorda Matteo citando il profeta Geremia: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più” (Mt 2,18). Ad uno sguardo superficiale, sembra che sia la nascita di Gesù a provocare la morte di questi bambini, in quanto fa percepire a Erode una minaccia che egli deve in ogni modo reprimere, anche a costo di versare sangue innocente. Ma non è certo questa la prospettiva in cui dobbiamo accostare il Vangelo di Matteo e gli altri testi di questa liturgia. La prospettiva giusta ci viene indicata da quanto scrive Giovanni nella sua prima lettera: “Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna” (1Gv 1,5). Al contrario, la storia è segnata dalle tenebre del nostro peccato, come sempre ci ricorda questa lettera: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. […] Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi›› (1,8. 10). Dio è luce e nel suo Figlio la luce accetta di abitare nelle tenebre del nostro peccato. Anzi, nel momento in cui la luce entra nella storia, ecco che ne fa emergere in modo più evidente tutte le tenebre che l’abitano. Teofane il Recluso paragonava il nostro cuore a una stanza immersa nell’oscurità in cui è impossibile notare la sporcizia; ma se la si illumina bene vi si può discernere ogni granellino di polvere. Così accade con Gesù: Dio è luce e nel momento in cui la luce entra nel mondo ne rivela tutto il male e tutta la violenza. Non basta tuttavia dire questo. Dobbiamo aggiungere un altro aspetto, il più essenziale. Non solo la luce rivela le tenebre, ma le vince! La nascita di questi bambini è avvertita da qualcuno come una minaccia Per noi costituisce un grande interrogativo: valeva la pena nascere per morire così presto? Che senso ha una vita se troppo presto viene recisa? Confessiamolo: non sappiamo rispondere. O meglio, non abbiamo altra risposta se non Gesù e la sua pasqua. Vale la pena vivere solo perché crediamo che sarà Gesù a dare compimento alla nostra vita. Noi, per quanti sforzi possiamo fare con le nostre mani, per quanto più a lungo riusciamo a vivere, non arriveremo a dare pienezza alla nostra esistenza. Solo Gesù lo fa. Compie la vita di questi bambini che muoiono così presto, così come compie la vita di chi muore a cent’anni. I tre luoghi presso i quali il Natale ci fa sostare sono tutti e tre necessari e veri, ma è l’ultimo a donare senso ai primi due. Il senso della vita non sta soltanto nella mangiatoia di Betlemme, nel fatto cioè che nasciamo; non sta certo neppure nella croce, anche se la vita ci fa sperimentare la violenza del male e l’insulto della morte; il senso della vita sta presso il sepolcro vuoto, dove comprendiamo che soltanto il Signore risorto può conferire significato al nostro essere nati, così come conferisce senso a quelle prove e a quelle croci che dobbiamo talora attraversare. Anche la nostra vita, infatti, deve essere come la vita di Gesù: luce che risplende nelle tenebre; le quali, anche quando non l’accolgono, non possono comunque vincerla!

O luce che risplendi nelle nostre tenebre, vieni a illuminarci e a consolare il nostro dolore, anche quando ci sembra inconsolabile. Vieni a dare significato e compimento ad ogni vita, anche quando è fiore troppo presto reciso. Vieni a liberare dalle tenebre della morte chi hai chiamato alla luce della vita» (LUCA FALLICA, Tenebre e luce, in Messa e preghiera quotidiana, dicembre 2016, pp. 303-305).

Materiale scaricabile:

  • Becket e il suo re. Perdere la vita e ritrovarla, a Canterbury. Storie d’agosto – BIANCHI ENZO.
  • Niente paura ci basta la verità – BIFFI INOS.
  • La lezione di san Becket ai giovani la volontà di Dio vale più della vita – GUZZETTI SILVIA.

    Nato a Londra verso il 1120 da un’agiata famiglia di commercianti, Tommaso Becket frequenta in gioventù le università di Parigi e di Bologna, preparandosi a una  prestigiosa carriera, fino a divenire lord cancelliere del Regno d’Inghilterra. Pur essendo chierico, non sembra affatto incamminato alla santità. I suoi biografi lo descrivono, infatti, «amante dello sfarzo e del lusso», «con una certa predilezione per
    l’esibizionismo». Ma sa anche essere un abile politico e un buon amministratore, tanto che il re, per realizzare certi suoi progetti sulla Chiesa, lo fa nominare arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa inglese. Così Tommaso viene ordinato prete a 41 anni, e consacrato vescovo il giorno successivo. Ma a quel punto Tommaso rinuncia al cancellierato, distribuisce ai poveri i suoi beni e comincia a vivere sobriamente e a pregare intensamente: «Sembrava un uomo che all’improvviso si fosse svegliato da un sonno profondo». Irremovibile nel difendere la libertà della Chiesa, si oppone al sovrano che esige la totale dipendenza feudale dei vescovi. Perde così la sua amicizia ed è esiliato in Francia. Nel 1170 gli viene offerta un’apparente riconciliazione e richiamato in patria. Non è certo che il re volesse la sua morte, ma pare che si sia lasciato sfuggire, in uno scatto d’ira, il desiderio che «qualcuno lo liberasse da quel prete intrigante». Così, sul finire dell’anno, quattro cavalieri si presentano nella cattedrale di Canterbury all’ora dei vespri. Prima di essere pugnalato a morte, sembra che Tommaso abbia esclamato: «Io non sono un nemico del re. Sono un prete!». La sua tomba diviene subito meta di pellegrinaggi; vi giunge anche il re, a
    chieder perdono e implorare l’aiuto dell’amico di un tempo, scegliendolo come protettore (ANTONIO M. SICARI, Tommaso Becket. Un prete libero, in Avvenire, 29 dicembre 2011).