Pensiero serale del 21-1-2024

bibbia

Ritengo particolarmente importante il brano del Vangelo della s. Messa di questa domenica, perché probabilmente sono le prime parole pronunciate da Gesù nella sua predicazione e perché abbiamo l’occasione di riflettere su un tema davvero decisivo per un cristiano e cioè la conversione.
In tempi come questi caratterizzati dal “pensiero debole” e dalla confusione a tutti i livelli e in tutti gli ambienti, penso che sia molto opportuno chiedersi perché Gesù è venuto, cioè lo scopo della sua missione sulla terra. Io finora ho capito che Lui è venuto per sconfiggere il peccato. L’aspetto forse più paradossale è costituito dal fatto che i veri nemici di Gesù non sono i peccatori, ma i “giusti”, cioè coloro che si ritengono giusti, coloro che si giustificano da soli, coloro che non si ritengono bisognosi di essere salvati, perché riescono a essere abbastanza bravi già da soli, con le proprie forze. A questo punto è chiaro che dicono praticamente a Gesù: “per me la tua venuta è inutile, te la potevi risparmiare, il peccato non esiste”; o “io non commetto mai peccati, o “mi assolvo da solo” o “riesco a migliorare con le mie sole forze”. Per tutti questi motivi capite perché ritengo indispensabile avere le idee chiare sul tema della conversione. Da stasera comincio a spedirvi il commento di padre Cantalamessa. Forse alcuni pensano: “mi devo convertire, così mi salvo”. Ebbene padre Cantalamessa afferma esattamente il contrario!

«Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò in Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al vangelo”.
Il brano evangelico ci offre l’occasione di precisare cosa s’intende, nel cristianesimo, per conversione. Dobbiamo sfatare subito due pregiudizi. Primo, la conversione non riguarda solo i non credenti, o quelli che si dichiarano “laici”, ma ci riguarda tutti, tutti abbiamo bisogno di convertirci. Secondo, la conversione, intesa in senso genuinamente evangelico, non è sinonimo di rinuncia, sforzo e tristezza, ma di libertà e di gioia; non è uno stato regressivo, ma progressivo.
Prima di Gesù, convertirsi significava sempre un “tornare indietro” (il termine ebraico, shub, significa invertire rotta, tornare sui propri passi). Indicava l’atto di chi, a un certo punto della vita, si accorge di essere “fuori strada”; allora si ferma, ha un ripensamento; decide di cambiare atteggiamento e tornare all’osservanza della legge e di rientrare nell’alleanza con Dio. Fa una vera e propria inversione di marcia, una “conversione ad U”. La conversione, in questo caso, ha un significato morale; consiste nel cambiare i costumi, nel riformare la propria vita.
Sulle labbra di Gesù, questo significato cambia. Non perché egli si diverta a cambiare i nomi delle cose, ma perché, con la sua venuta, sono cambiate le cose. Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge, ma significa piuttosto fare un balzo in avanti ed entrare nel Regno, afferrare la salvezza che è venuta agli uomini gratuitamente, per libera e sovrana iniziativa di Dio.
Conversione e salvezza si sono scambiate di posto. Non è c’è più, per prima cosa, la conversione da parte dell’uomo e quindi la salvezza, come ricompensa da parte di Dio; ma c’è prima la salvezza, come offerta generosa e gratuita di Dio, e poi la conversione come risposta dell’uomo. L’idea soggiacente non è più: “convertitevi per essere salvi, convertitevi e la salvezza verrà a voi”, ma è: “convertitevi perché siete salvi, perché la salvezza è venuta a voi!”. In questo consiste il “lieto annuncio”, il carattere gioioso della conversione evangelica. Dio non aspetta che l’uomo faccia il primo passo, che cambi vita, che produca opere buone, quasi che la salvezza sia la ricompensa dovuta ai suoi sforzi. No, prima c’è la grazia, l’iniziativa di Dio. In questo, il cristianesimo si distingue da ogni altra religione: non comincia predicando il dovere, ma il dono; non comincia con la legge, ma con la grazia.
“Convertitevi e credete”: questa frase non significa dunque due cose diverse e successive, ma la stessa azione fondamentale: Convertitevi, cioè credete! Convertitevi credendo! La prima e fondamentale conversione è la fede. È essa la porta per cui si entra nel Regno e nella salvezza. Se ci fosse detto: la porta è l’innocenza, la porta è l’osservanza esatta di tutti i comandamenti, la porta è la pazienza, la purezza, uno potrebbe dire: non è per me; io non sono innocente, non ho tale o talaltra virtù. Ma ti viene detto: la porta è la fede» (CANTALAMESSA RANIERO, Gettate le reti. Riflessioni sui Vangeli. Anno B, Piemme, Casale Monferrato, 2002, pp. 175-176).