Pensiero serale del 24-12-2023

bibbia

Penso che solo lo Spirito Santo ci possa aiutare a entrare nell’immenso e ineffabile mistero del Natale. Don Fabio ci fa riflettere su alcuni aspetti molto importanti. Vi segnalo la riflessione sulla mangiatoia e sul fatto che tutti siamo nomadi. Dobbiamo capire bene qual è il viaggio che dobbiamo effettuare. Mi sembra che si tratti di una trasformazione del modo di pensare e di vivere più che di un semplice trasferimento in senso geografico.

 

«Natale del Signore

Lc 2,1-14

Maria dà alla luce il suo primogenito, lo avvolge in fasce e lo pone in una mangiatoia, perché non c’è posto per loro nell’alloggio; e gli angeli annunziano ai pastori che questo è il segno del Messia.

Maria è costretta a una soluzione di fortuna, ma la fede viaggia così: quel che sembra incidente si svela provvidenza. Intendiamo il segno: Gesù è avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. Al di là di tutto, vediamo che Maria ha uno strumento di protezione, le fasce per avvolgerlo, è organizzata.

Anche per noi è vitale cingere in fasce i doni di Dio, accudirli, proteggerli. La fede si custodisce; se non la curiamo, la fede svilisce. Il nostro rapporto con Dio richiede dedizione.

Ma una volta coperto, lo “adagia” in una mangiatoia. Il verbo greco indica la posizione di chi mangia. Si mangiava sdraiati, i Romani mangiavano su triclini, ma Gesù bambino è adagiato nella greppia degli animali. Una feroce contraddizione: questo bambino, pur se accudito, viene posto in un luogo improprio. Una greppia non è luogo per neonati, è un ricettacolo di insetti, bave di animali, sporcizia. Come mai il bambino è curato ma anche bistrattato? Perché non c’è alternativa. La sua vita sarà tutta così: il Cielo canterà per Lui ma un re lo perseguiterà; un giorno sarà acclamato e subito dopo condannato dalla stessa folla, sarà dichiarato re e poi messo in croce. La nostra fede ha sempre questi due aspetti insieme: il rifiuto e la gloria, la morte e la risurrezione, l’intimità con Dio e l’estraneità al mondo. La cura di Maria opera in contesto ostile.

Coloro che arriveranno hanno queste strane indicazioni: è curato, ma pur se adagiato come chi mangia, sta al posto del cibo.

La prima necessità di un neonato è di essere cresciuto e nutrito: questo bimbo invece è al posto dell’alimento. Infatti, sarà celebrata la sua memoria in quanto pane: “Il mio corpo è vero cibo” e: “Fate questo in memoria di me”.

L’uomo, spesso schiavo dei suoi appetiti, ha bisogno di essere redento, e questo significa fare un viaggio da un’esistenza intesa come soddisfazione, un corpo percepito come bocca da sfamare, allo scoprirsi strumento di amore, padre che sfama, fratello che cura, accoglie, disseta. Questo bimbo porta una vita nuova che è la redenzione dall’appetito disordinato di Adamo. Da mangiatori compulsivi a pane che si dona.

Maria – emarginata dai coinquilini – è cercata dai pastori. Questi sono stati eletti: non padroni di greggi – va ricordato – ma poveri guardiani assoldati per vegliare di notte le pecore, una memoria di nomadismo. Nelle Scritture i principali eletti di Dio sono pastori: Abramo, Mosè, Davide. Tutti di indole nomadica. E Colui che da neonato non aveva posto, dirà da adulto: “Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.

I guardiani sono la parte migrante del nostro cuore, quella inquieta, che veglia, che cerca qualcosa, aspetta qualcuno, il Salvatore. L’uomo è il pastore delle sue povere cose, e quando crede di arrivare in questo mondo in un luogo definitivo, si sbaglia sempre. Perché è un nomade.

È venuto il figlio dell’Uomo per svelarci la nostra duplice chiamata a diventare cibo e a stare in movimento. Verso il cielo» (FABIO ROSINI, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico B, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023, pp. 31-33).