Pensiero serale del 26-12-2023

bibbia

Ciò che vi ho spedito ieri è quasi inutile se non viene completato da ciò che vi mando stasera. In termini tecnici è il rapporto tra “autonomia” ed “eteronomia”. In termini più semplici è il grande tema della formazione della coscienza. Occorre seguire la coscienza, ma ancor prima impegnarsi ad avere una coscienza ben formata. Siamo agli antipodi del soggettivismo, dello scetticismo e del relativismo oggi diffusissimi anzitutto nella Chiesa. Come ho già detto altre volte, io provo immenso dolore dinanzi alla pastorale attuale della Chiesa e specificamente riguardo a tutto ciò che è sinodalità per il semplice fatto che non vedo oggi dare la giusta importanza alla formazione della coscienza (sono ben altre le priorità oggi nella Chiesa: ecologia, poveri, immigrati…). Senza idee chiare a livello morale parlare di spiritualità e di carità è semplicemente ridicolo e infondato. Ecco la seconda parte del discorso di papa Montini. Ovviamente chi non ha letto, studiato e meditato il testo di ieri è invitato a farlo!

 

«UNA NORMA INTERIORE E SUPERIORE

Ma dobbiamo fare un’osservazione circa la supremazia e la esclusività che oggi si cerca di attribuire alla coscienza nella guida della condotta umana. Si sente spesso ripetere, come un aforisma indiscutibile, che tutta la moralità dell’uomo deve consistere nel seguire la propria coscienza; e ciò si afferma per emanciparlo sia dalle esigenze d’una norma estrinseca, sia dall’ossequio ad un’autorità che tenta dettar legge alla libera e spontanea attività dell’uomo, il quale dev’essere legge a se stesso, senza il vincolo di altri interventi nelle sue operazioni. Non diremo nulla di nuovo quando chiederemo a quanti racchiudono in tale criterio l’ambito della vita morale che avere per guida la propria coscienza non solo è cosa buona, ma cosa doverosa. Chi agisce contro coscienza è fuori della retta via (cfr. Rom 14, 23).

Ma bisogna, innanzi tutto, rilevare che la coscienza, di per se stessa, non è arbitra del valore morale delle azioni ch’essa suggerisce. La coscienza è interprete d’una norma interiore e superiore; non la crea da sé. Essa è illuminata dalla intuizione di certi principi normativi, connaturali nella ragione umana (cfr. S. TH., I, 79, 12 e 13; I-II, 94, 1); la coscienza non è la fonte del bene e del male; è l’avvertenza, è l’ascoltazione di una voce, che si chiama appunto la voce della coscienza, è il richiamo alla conformità che un’azione deve avere ad una esigenza intrinseca all’uomo, affinché l’uomo sia uomo vero e perfetto. Cioè è l’intimazione soggettiva e immediata di una legge, che dobbiamo chiamare naturale, nonostante che molti oggi non vogliano più sentir parlare di legge naturale.

Non è in rapporto a questa legge, intesa nel suo autentico significato, che nasce nell’uomo il senso di responsabilità? e col senso di responsabilità, quello della buona coscienza e del merito, ovvero del rimorso e della colpa? Coscienza e responsabilità sono due termini l’uno all’altro collegati.

In secondo luogo dobbiamo osservare che la coscienza, per essere norma valida dell’operare umano, dev’essere retta, cioè dev’essere sicura di sé e vera, non incerta, non colpevolmente erronea. Il che, purtroppo, è facilissimo che avvenga, data la debolezza della ragione umana, quando è lasciata a se stessa, quando non è istruita.

 

PEDAGOGIA NECESSARIA

La coscienza ha bisogno d’essere istruita. La pedagogia della coscienza è necessaria, com’è necessaria per tutto l’uomo, questo essere in sviluppo interiore, che svolge la sua vita in un quadro esteriore quanto mai complesso ed esigente. La coscienza non è la voce unica che può guidare l’attività umana; la sua voce si chiarisce e si fortifica quando quella della legge, e quindi della legittima autorità, si unisce alla sua. La voce della coscienza cioè non è sempre né infallibile, né oggettivamente suprema. E questo è specialmente vero nel campo dell’azione soprannaturale, dove la ragione non vale da sé a interpretare la via del bene, e deve ricorrere alla fede per dettare all’uomo la norma della giustizia voluta da Dio mediante la rivelazione: “L’uomo giusto, dice S. Paolo, vive di fede” (Gal 3,11). Per camminare diritto, quando si va di notte, cioè si procede nel mistero della vita cristiana, non bastano gli occhi, occorre la lampada, occorre la luce. E questo “lumen Christi” non deforma, non mortifica, non contraddice quello della nostra coscienza, ma lo rischiara e lo abilita alla sequela di Cristo, sul diritto sentiero del nostro pellegrinaggio verso l’eterna visione.

Dunque: procuriamo d’agire sempre con la coscienza retta e forte, illuminata dalla sapienza di Cristo. Con la Nostra Benedizione Apostolica» (SAN PAOLO VI, Udienza generale 12 febbraio 1969).

 

Potremmo fare una piccola verifica: nelle nostre parrocchie, nelle nostre foranie, nei nostri movimenti, nell’aggiornamento dei docenti di religione e dei catechisti, nella pastorale giovanile e familiare abbiamo studiato “Gaudium et spes”, n. 16, la “Veritatis splendor”, per esempio nel n. 41? Sono testi indispensabili per avere idee chiare sulla retta condotta dell’uomo. Altrimenti come facciamo l’esame di coscienza? Come ci confessiamo? Siamo sicuri che le nostre non sono Comunioni sacrileghe? Chi vuole mediti bene una frase del Vangelo: Lc 6,39.