Pensiero serale del 27-02-2024

bibbia

Stasera riprendo il tema interrotto venerdì scorso (vi ricordo comunque che stiamo meditando la vita del re Davide col cardinale Martini dal 19 gennaio), quando vi segnalai un brano del Secondo Libro di Samuele: 2 Sam 24, 1-25. Ora vi presento il commento di Martini. Si tratta del primo di due peccati di Davide su cui ci soffermeremo. È un peccato che indubbiamente ci può sorprendere: un censimento. Perciò vi chiedo un supplemento di impegno, di attenzione. Martini cita vari passi dell’Antico Testamento in cui vengono narrati appunto dei censimenti: Es 32,32; Es 30,11-12; Nm 1,1-2. Martini parla addirittura di sacralità del censimento e sottolinea che non è semplicemente un’operazione civile “di ordine”.
“Fare il censimento equivale a entrare nel numero di coloro che appartengono a Dio; è lui che scrive i nomi nel libro e che li cancella. […] Il censimento appartiene a Dio e occorre farlo con grande attenzione perché in esso può introdursi qualcosa di male. […] È il segno che la vita appartiene a Dio e che il popolo è di Dio: se è necessario toccare il popolo, bisogna però farlo con riverenza e rispetto perché è il tesoro del Signore. Sacralità della vita, dunque, e sacralità del popolo nel suo insieme, non soltanto dei singoli individui. […] Nella Bibbia è chiaro che non si può toccare la testa delle persone del popolo in quanto tale, senza toccare una proprietà di Dio.
In che cosa consiste, allora, il peccato di Davide? L’operazione compiuta da Joab e dai suoi uomini è descritta con esattezza grande: si parte dall’al di là del Giordano, si percorre il sud, poi il nord fino a Sidone. Per Davide è un momento di gloria, perché Israele, prima di allora, non aveva avuto una tale estensione.
Credo tuttavia che la chiave per capire il racconto sia al v. 2: “Percorrete dunque tutte le tribù di Israele da Dan a Bersabea, e fate il censimento del popolo, affinché conosca il numero della popolazione”.
Davide non vuole riconoscere la proprietà di Dio, ma vede il popolo d’Israele come la sua forza, la sua ambizione.
In termini più moderni, possiamo dire che il censimento significa possesso, efficacia, potere, nella intenzione di Davide. L’umile servo cade nella tentazione di sentirsi padrone, acquista anzi un cuore da padrone, entra nello spirito del possesso. Egli vuole misurare il successo – ricordate il commento al Vangelo di ieri (Martini rinvia all’omelia che io vi ho riportato lo scorso 9 febbraio: “L’economia umile del Regno”) – averne il segreto, essere certo dell’efficacia.
Il risultato è meraviglioso: Israele contava ottocentomila uomini capaci di maneggiare la spada, e Giuda cinquecentomila. Davide non ha più bisogno di appoggiarsi a Dio, come ai tempi di Golia, perché ormai è il re più potente della terra, e può fare da solo!» (CARLO M. MARTINI, Davide peccatore e credente, Centro ambrosiano – Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1989, pp. 50-51).

Mi sembra evidente che non è sbagliata tanto l’azione in sé, quanto l’intenzione: pensiamo al brano del Vangelo con cui abbiamo iniziato la Quaresima quasi due settimane fa: più che fare digiuno, impegnarci in preghiera e carità, dobbiamo vedere come e perché facciamo questo. Certo, è bello andare alla s Messa (magari il sabato sera o la domenica), ma ci vado per amore o per assolvere un precetto? Ci vado per legalismo o per crescere nell’amore, nel dono di me stesso?
Inoltre è molto importante il concetto del “numero”. Quante volte vediamo quasi una gara tra una parrocchia e l’altra, tra i movimenti: dove ci sono più persone (una parrocchia più grande o più affollata o con più attività)? O magari ci meravigliamo se c’è uno scarso numero di vocazioni o poche monache in un monastero? Forse il Signore ci chiede umiltà, dedizione e servizio, senza dare troppa importanza appunto ai numeri, ai risultati.
Infine, c’è un tema ancora più rilevante e delicato, che io intendo alla luce di Gv 21,15-17 e della famiglia. Gesù ricorda a Pietro che le pecore che gli affida sono e restano di Gesù, non appartengono a Pietro. Così un marito può dire “mia moglie” o “i miei figli”, ma deve sempre ricordare che sono creature di Dio per le quali Gesù ha versato il suo Sangue: non sono sue. Tratto questo argomento in modo più esteso alle pp. 123-125 del Manuale.