Pensiero serale del 29-12-2023

bibbia

Ieri non ho effettuato alcun riferimento alla festa dei Santi Innocenti. Perciò stasera vi porgo un commento molto profondo dell’abate di Montecassino che ci dona un interessante collegamento tra il Natale, la festa di san Giovanni apostolo e appunto la memoria dei Santi Innocenti. Possiamo fare un buon esame di coscienza (il riferimento alla sporcizia) e anche riflettere per vedere come ci poniamo verso il mistero del dolore.

«Lo abbiamo visto ieri: dopo averci fatto sostare presso la mangiatoia di Betlemme, la liturgia ci ha condotto nel sepolcro vuoto di Gerusalemme. Ma tra la mangiatoia e il sepolcro, tra il mistero dell’incarnazione e quello della risurrezione, c’è una tappa intermedia che non può essere saltata, ed è la croce e ciò che rappresenta: la condivisione piena, da parte del Figlio di Dio, della nostra condizione umana, inclusa la morte. Una tappa che ci viene ricordata proprio dalla memoria, che oggi celebriamo, dell’uccisione dei bimbi innocenti di Betlemme ad opera del furore omicida di Erode. C’è un grido grande, un dolore inconsolabile che sale dalla storia umana, come ci ricorda Matteo citando il profeta Geremia: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più” (Mt 2,18). Ad uno sguardo superficiale, sembra che sia la nascita di Gesù a provocare la morte di questi bambini, in quanto fa percepire a Erode una minaccia che egli deve in ogni modo reprimere, anche a costo di versare sangue innocente. Ma non è certo questa la prospettiva in cui dobbiamo accostare il Vangelo di Matteo e gli altri testi di questa liturgia. La prospettiva giusta ci viene indicata da quanto scrive Giovanni nella sua prima lettera: “Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna” (1Gv 1,5). Al contrario, la storia è segnata dalle tenebre del nostro peccato, come sempre ci ricorda questa lettera: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. […] Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi›› (1,8. 10). Dio è luce e nel suo Figlio la luce accetta di abitare nelle tenebre del nostro peccato. Anzi, nel momento in cui la luce entra nella storia, ecco che ne fa emergere in modo più evidente tutte le tenebre che l’abitano. Teofane il Recluso paragonava il nostro cuore a una stanza immersa nell’oscurità in cui è impossibile notare la sporcizia; ma se la si illumina bene vi si può discernere ogni granellino di polvere. Così accade con Gesù: Dio è luce e nel momento in cui la luce entra nel mondo ne rivela tutto il male e tutta la violenza. Non basta tuttavia dire questo. Dobbiamo aggiungere un altro aspetto, il più essenziale. Non solo la luce rivela le tenebre, ma le vince! La nascita di questi bambini è avvertita da qualcuno come una minaccia Per noi costituisce un grande interrogativo: valeva la pena nascere per morire così presto? Che senso ha una vita se troppo presto viene recisa? Confessiamolo: non sappiamo rispondere. O meglio, non abbiamo altra risposta se non Gesù e la sua pasqua. Vale la pena vivere solo perché crediamo che sarà Gesù a dare compimento alla nostra vita. Noi, per quanti sforzi possiamo fare con le nostre mani, per quanto più a lungo riusciamo a vivere, non arriveremo a dare pienezza alla nostra esistenza. Solo Gesù lo fa. Compie la vita di questi bambini che muoiono così presto, così come compie la vita di chi muore a cent’anni. I tre luoghi presso i quali il Natale ci fa sostare sono tutti e tre necessari e veri, ma è l’ultimo a donare senso ai primi due. Il senso della vita non sta soltanto nella mangiatoia di Betlemme, nel fatto cioè che nasciamo; non sta certo neppure nella croce, anche se la vita ci fa sperimentare la violenza del male e l’insulto della morte; il senso della vita sta presso il sepolcro vuoto, dove comprendiamo che soltanto il Signore risorto può conferire significato al nostro essere nati, così come conferisce senso a quelle prove e a quelle croci che dobbiamo talora attraversare. Anche la nostra vita, infatti, deve essere come la vita di Gesù: luce che risplende nelle tenebre; le quali, anche quando non l’accolgono, non possono comunque vincerla!

O luce che risplendi nelle nostre tenebre, vieni a illuminarci e a consolare il nostro dolore, anche quando ci sembra inconsolabile. Vieni a dare significato e compimento ad ogni vita, anche quando è fiore troppo presto reciso. Vieni a liberare dalle tenebre della morte chi hai chiamato alla luce della vita» (LUCA FALLICA, Tenebre e luce, in Messa e preghiera quotidiana, dicembre 2016, pp. 303-305).