Pensiero serale del 30-03-2024

Le riflessioni di don Fabio sulla Pasqua ci aiutano a vivere con intensità, gratitudine e fiducia questo immenso mistero di Grazia. Auguro a me e a voi di essere testimoni umili e luminosi di tanto Amore.

 

«Pasqua di Risurrezione

Gv 20,1-9

Celebriamo la Pasqua, centro della nostra fede. Il brano liturgico di Giovanni ci porta davanti alla tomba vuota. “Pasqua” vuol dire passaggio, transizione. Gli apostoli sono di fronte all’enigma della tomba vuota, e loro stessi, ancora inconsapevolmente, possono entrare in una dinamica, quella a cui li aveva chiamati Gesù: seguirlo. La Pasqua, ripetiamo, è una transizione, è andare oltre. Ma oltre cosa? Siamo di fronte al più grande di tutti gli ostacoli: la morte. Qui, in genere, non si va più da nessuna parte. Fine corsa. E invece no: il capolinea è diventato un punto di partenza.

Perché celebriamo la Pasqua? Per ricevere la notizia che Gesù ha vinto la morte? Non solo. Se la notizia fosse che Gesù è risorto, sarebbe un’informazione storica come tante altre. La notizia è ancor più grande: si può seguire Gesù oltre quell’ostacolo. Ogni uomo può entrare nella vita di questa qualità, capace di andare oltre il nulla. Ogni sepolcro, se uno è in Cristo, diventa una porta verso il Padre. 

Pietro e Giovanni entrando nella tomba vedono i teli usati per la sepoltura di Gesù. Questi teli appartengono alla fase antecedente. Non li ha portati via con lui perché non servono più. Porterà le stimmate, ma non i teli. Passare per la Pasqua significa lasciare qualcosa dietro, abbandonare gli abiti della morte, le abitudini di chi vive solo per l’esistenza che naufraga nel sepolcro. E da quel mattino in poi si può iniziare ad abbandonare quei teli, ad assumere nuovi abiti, nuove abitudini. Non è un caso che il primo dei sacramenti, il Battesimo, viene sigillato da una veste nuova, candida. Inizia infatti la settimana “in albis”, e ancora oggi gli adulti che vengono battezzati nella veglia pasquale debbono – se si rispettano le consegne della liturgia – indossare la veste candida nelle messe feriali fino alla domenica successiva. La quale non a caso porterà il nome di “Dominica in albis depositis”, ossia quando si fa l’antico gesto di deporre la veste battesimale sulla tomba di un martire, per chiederne l’intercessione e la fede, nella nuova vita iniziata con il Battesimo.

Notiamo bene: Gesù non è uscito dalla tomba per sbucar fuori e tornare a una vita biologica qualunque; è uscito per andare verso il Padre. Perché ripeterlo? Perché di fronte alla tomba siamo di fronte a un bivio: o andare verso il Padre o cercare di tornare indietro.

Qualche filosofo ha definito l’uomo come un “essere per la morte”, un’identità orientata alla morte, e si può spiegare tutta la storia umana così: il tentativo, miliardi di volte reiterato e sempre fallito, di non morire, in qualche modo. Chi segue Cristo è un “essere per la vita”, va verso il Padre. Per questo si chiede la fede ai martiri: conoscendo la vita di Cristo, potevano morire, perché la morte non è un assoluto. Per questo ogni atto veramente cristiano richiede fede nella risurrezione. Ogni atto d’amore richiede di credere di poter andare oltre la morte. Chi segue Cristo al bivio della tomba fa Pasqua, va al Padre» (FABIO ROSINI, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico B, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 93-95).